Justice

2007 (Ed Banger) | dance, french touch

Fate silenzio solo per un attimo. Ascoltate. Sì, sono sogghigni metallici e sordi: i Daft Punk che se la ridono e passano un casco dei loro a Giorgio Moroder in segno di rispetto e stima. Perché pure lui, sotto quei baffoni, nasconde allegria.
E ce ne sarebbero di invitati a questa risata collettiva, sì, perché "†" del duo parigino Justice è un distillato di avanguardie del passato, di sogni a occhi aperti. Macinati, volgarizzati, resi fruibili e masticabili da tutti. Umanamente automatizzati e portati all'estremo. Riproposizioni omogeneizzate, un cocktail bello forte, ma pure alla portata di tutti. Per tutti. Per chi sul dancefloor c'è cresciuto e per chi sulla pista ci butterebbe una bomba per ogni mano in aria a tenere il tempo della cassa. Per chi va al Gods of Metal e per chi va ai rave. Per chi i dischi li compra ancora e per la I-pod generation.

Umani prima di tutto, e non potrebbe essere più vero. Allora, questo "†" non sarebbe nemmeno immaginabile senza quel capolavoro incompreso che è e sarà sempre "Human After All" dei Daft Punk, decisamente antitetico a questo disco dei Justice. A livello di produzione, innanzitutto: in "†" c'è un lavoro di cut and paste da veri e propri nerd. Pignoleria al servizio di una cafona esagerazione. In "Human After All", disco registrato in quattro settimane con un arsenale piuttosto povero di attrezzature, si poteva sentire quasi un inno al buona-la-prima. Volutamente nudo e crudo, in quel disco rimbombavano le mancanze. Vuoti simbolici e non. Per guardare in faccia i tempi che correvano. Eh sì, perchè è già tutto cambiato. Ci sono già delle nuove armate pronte ad avanzare in prima linea, e stiamo ovviamente parlando di tutti gli artisti Ed Banger, con i Justice a rappresentare le punte di diamante. Ma c'è un punto di contatto tra i due combo parigini. Entrambi partono da una sorta di retroterra ben definito che partorisce immagini, un mondo, una sorta di controcultura a sé stante, ma pronta a conquistare le masse. I robot senza volto e i party boys con il plettro ben saldo tra le dita e i filtri in fiamme.

L’influenza dei Daft Punk è rintracciabile in ogni solco del lavoro di Gaspard Augé e Xavier de Rosnay, che si chiamano Justice dal 2003, dopo essersi conosciuti a un party della capitale francese e aver intuito di voler andare nella stessa direzione. Il singolo “D.A.N.C.E.” è un tributo a “Discovery”: pura eurodisco con cantato femminile ammicante, facile facile, francese ed edulcorata. Archi da disco anni 70 spezzettati a piacimento e bassone sincopato, sorretti da rintocchi di piano profondi. E qui i Justice potrebbero pure stare antipatici, perché va bene citare e adulare, ma qui si sfiora il plagio senza riuscire a sfiorare la qualità degli originali. E’ tutto troppo carino in “D.A.N.C.E.”.
Va meglio quando i bassi grassi e distorti prendono possesso di ogni angolo a disposizione, incastrandosi nelle interruzioni da edit selvaggio sulle batterie, veri e propri stop and go al fulmicotone non corali, impazziti e incontrollabili.

“Genesis” e “Let There Be Light” aprono il disco come meglio non si potrebbe: la prima parte con un sample di musica classica imperioso e marziale sino a quando il beat entra, seguito a ruota da una selvaggia coltre di synth filtrati, di bassi che manco quel tamarro di Flea dei Red Hot Chili Peppers e di handclap, per poi sfumare nella seconda. Cassa e charleston tipicamente rock e l’oscurità dei bassifondi parigini tutto intorno. Non la stessa Parigi buia di Motorbass, per dire. Qui c’è del marcio, c’è un fascino luciferino che poi sparisce all’improvviso per far posto a tastierine e arpeggiatori che fanno molto “Neverending Story OST” (sempre Moroder, guarda un po’!).

“Phantom” e “Phantom II”, nucleo centrale del disco, ribadiscono il concetto, giocando sempre su un cut and paste da mal di testa e labirintite. “The Stress” campiona addirittura Mussorgskij (“Una notte sul Monte Calvo”), calando la maschera in maniera definitiva: i Justice sono tamarri di primissima categoria, due che non vedono l’ora di gridare “Rock and Roll” e fare il gesto delle corna. Elicotteri e sirene, suoni grossi così, digressioni melodiche alla Bach nemmeno troppo nascoste. Come se i Lightning Bolt facessero una cover dei Kiss (travestiti, ovviamente), dotati solo di synth, campionatori ed effetti. 

Non si fa in tempo a riprendersi che “Waters Of Nazareth” arriva e spazza via tutto: tanti saluti al french touch e alla melodia, qui si vuole fare - non a caso -  headbanging e basta. Perché arriva un momento in cui un party deve tirare fuori la parte più animalesca dei partecipanti e non c’è nulla da fare, per diventare belve ci vuole il rock, che da decenni oramai prova a fare l'amore con la musica da ballo. Questo disco è un simbolo di coito interrotto più volte e mai portato a termine. Una balbuziente testimonianza di come si balla e come si fa una festa oggi, nel bene e nel male. Tra moda, entertainment e in fondo, sincera passione.

(01/06/2007)

  • Tracklist
1. Genesis
2. Let There Be Light
3. D.A.N.C.E.
4. New Jack
5. Phantom
6. Phantom pt. II
7. Valentine
8. The Party
9. DVNO
10. Stress
11. Waters of Nazareth
12. One Minute To Midnight


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