PHIDEAUX - Doomsday Afternoon

2007 (Bloodfish)
progressive rock

“Fuori tempo massimo”. Una frase fatta che detesto. La detesto perché liquida in modo sprezzante ogni soggettivismo, la detesto perché è intrinsecamente iniqua. Copi senza ritegno il suono dei Joy Division o dei Sound e, che bello, il new-wave revival. Copi quello dei My Bloody Valentine e sei l’araldo del nuovo shoegazer. Copi male qualche chitarrista acustico americano e non aspettavamo altro, il new-prewar folk, post-avant-war-folk, pre-post, post-avant, avant-post.

Poi arriva il fesso che copia i Genesis ed ecco, ma pensa te questo dove vive, si stava così bene senza. Non se ne accorge, che è fuori tempo massimo?

“Doomsday Afternoon” dei Phideaux (o meglio “di Phideaux”: dietro alla band c’è essenzialmente solo il direttore d’orchestra americano Phideaux Xavier) è, a dispetto della totale mancanza di originalità, un album non facile da inquadrare. Chiaro che si tratta di progressive sinfonico, con tanto di orchestra di 15 elementi e concept di stampo ecologista, ma la sua personale sintesi non si presta alla formuletta “1 kg di Genesis, 1/2 kg di Camel, Pink Floyd q.b. Mescolare con cura”.

Il suono è eccezionalmente corposo, ricamato, “a tutto tondo”. L’orchestra è usata con sobrietà ed eleganza: non che manchi l’ovvia magniloquenza che ci si aspetta da un album di questo tipo, ma l’esperienza di Phideaux come direttore e compositore si fa sentire. Le parti non suonano infatti sovrapposte a giochi finiti, ma sono parte integrante, irrinunciabile dell’affresco sonoro del disco. Phideaux tratta gli archi come tratta la chitarra o la voce: uno dei tanti strumenti da utilizzare per evocare il clima irreale e trasognato della sua musica.

Ma è soprattutto la capacità di sposare partiture di così ampio respiro con melodie superlative a rendere “Doomsday Afternoon” un disco magico, che rapisce e trascina via fin dal primo ascolto. La voce, sia maschile che femminile, canta linee assolutamente memorabili, che uniscono il tono epico/fiabesco tipico del rock di scuola Genesis e di molto progressive italiano a una velata malinconia non lontana dal capolavoro nostrano “Forse le lucciole non si amano più”. Dolce e calda, porta con sé la disillusione di chi sa che il tempo di questa musica è finito, e tutto ciò che può restare è contemplazione del ricordo. Sostituire a “di questa musica” “dell’infanzia”, e il gioco funziona lo stesso – sembra un’osservazione pretestuosa, ma non lo è.

Tanti i gioielli, forse tutte e otto le canzoni che compongono il disco (anche se, a onor del vero, i quattordici minuti della conclusiva “Microdeath Softstar” riprendono di peso il tema di “Lark’s Tongues in Aspic, Part 2“). Voglio in particolare soffermarmi su “Formaldehyde”, quella che mi ha fatto scoprire il disco, quella da cui ho capito che quest’anno avrei avuto anch’io il mio disco neo-prog. Tutti i discorsi sulla “tenera malinconia” si applicano perfettamente a questo splendido pezzo, carico di un sentimento che è assieme gioia spensierata e nostalgia incolmabile. Arpeggi delicati, uno svolazzo di flauto e qualche pigra folata di sintetizzatore. Poi la melodia sognante, da “Storia Infinita”, e non è più possibile liberarsi dal tiepido abbraccio della musica, dai suoi placidi rivoli di chitarra, dai suoi oceani di organo Hammond. E – mi perdoni il poeta – il naufragar m’è dolce…

12/12/2007

Tracklist

  1. Act One
  2. 1. Micro Softdeathstar
  3. 2. The Doctrine of Eternal Ice (Part One)
  4. 3. Candybrain
  5. 4. Crumble
  6. 5. The Doctrine of Eternal Ice (Part Two)
  7. Act Two
  8. 1. Thank You For The Evil
  9. 2. A Wasteland Of Memories
  10. 3. Crumble
  11. 4. Formaldehyde
  12. 5. Microdeath Softstar

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