ULVER - Shadows Of The Sun

2007 (The end / jester records)
ulver

Croce e delizia di chiunque voglia scrivere di musica in termini di generi e classificazioni, i sempre più indefinibili Ulver tornano tra noi con l'ennesima metamorfosi di quella che iniziò nel '94 come avventura ben radicata nella scena black-metal norvegese e ha poi esplorato senza sosta territori lontanissimi dalle premesse. Mai un loro disco è stato neanche lontanamente simile al precedente. Al loro attivo possiamo trovare opere di folk arcaico, puro e contemplativo (il magnifico "Kveldssanger", del 1995) così come esperimenti di elettronica glitch (la presenza di Fennesz nel presente album non è casuale) e trip-hop (l'esaltante "Perdition City", 2000) fino al prog destrutturato dell'ultimo "Blood Inside" (2005).

E dunque cosa mette in scena stavolta il terzetto capitanato da Kris "Garm" Rygg? In primo luogo un ininterrotto, e saggiamente breve, flusso di musica ipnotica, strisciante, atmosferica sino a rasentare l'impalpabile. L'esatto contrario dello schizofrenico caos che animava il precedente lavoro, insomma. L'album è quasi totalmente privo di interventi ritmici, la scena è tutta per la voce meravigliosa di Rygg e per paesaggi strumentali tanto raffinati quanto eterei. Echi di Coil (i quali furono una decisiva rivelazione lungo il percorso della band), Sylvian, Radiohead – quelli dei momenti più introspettivi di "Kid A/Amnesiac" – si rincorrono lungo le strutture oniriche dei nove movimenti (parlare di canzoni sembra fuorviante) che compongono questa oscura ed estasiante eclissi sonora.

I primi tre brani in particolare formano un unico momento di crescente, rapita meraviglia. "Eos", rarefatto, mirabile capolavoro fluttuante tra tremolii di archi e organo e voci che migrano senza peso nella stasi spettrale di "All The Love", interrotta dal primo dei pochi interventi di batteria del disco, e spedita poi verso un crescendo stellare, affollato con leggiadria da piano, tromba, xilofono e subito fagocitato dall'acquerello cameristico di "Like Music".

I trattamenti elettronici dell'ospite d'onore Fennesz guidano invece la straordinaria "Vigil", che pure è il momento più sognante e melodico dell'opera. Qui le idee si fanno forse più chiare. Ci troviamo dentro il disco per così dire "pop" degli Ulver, la loro opera più accessibile, umile e raccolta. In definitiva, la loro opera più sincera e ispirata da molti anni a questa parte. Siamo dentro le loro personali, sigurrosiane parentesi, al cospetto di una band matura e forte della propria assoluta libertà creativa e compositiva.

La grandezza di una band che sfugge a qualunque definizione di genere si compie di nuovo nel cuore dei chiaroscuri che danno all'album la sua fragile eppure perfetta forma. Non c'è un modo per definire l'incredibile cover di "Solitude", classico dei Black Sabbath reso dagli Ulver in una versione notturna e jazzata che toglie il respiro. Né si possono rinchiudere in una definizione di genere spettacoli di astrale bellezza come la title track, introdotta da un funereo drone di harmonium e poi lasciata libera di raggiungere vette altissime e inondate di luce, luce da cui prende forma il tumulto epico e incantato di "Let The Children Go". L'estasi di fronte all'Apocalisse.

Ancora, dopo la sempre più sussurrata e impalpabile "Funebre", marchiata dai vagiti del theremin (suonato dall'artista di casa Tzadik Pamelia Kurstin), ecco che "What Happened" chiude il cerchio riallacciandosi al tema d'archi di "Eos". E spegnendosi in un lento, inconsolabile risveglio, nel nero e nel silenzio. Alla fine di questo breve, alieno, autunnale sogno messo in musica, c'è posto solo per il silenzio.

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14/10/2007

Tracklist

  1. 1. Eos
  2. 2. All The Love
  3. 3. Like Music
  4. 4. Vigil
  5. 5. Shadows Of The Sun
  6. 6. Let The Children Go
  7. 7. Solitude
  8. 8. Funebre
  9. 9. What Happened
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