Juana Molina

Un Dia

2008 (Domino) | songwriter

L’argentina Juana Molina esordisce poco felicemente a metà anni ’90, con un album praticamente ignorato (“Rara”; autoprod., 1996) e una serie di date statunitensi a locali vuoti. Il lungo ritiro che ne consegue serve a farle prendere coscienza della potenza della sua proposta, una delle più originali dell’era del folk digitale, con un uso vocale prossimo al suono puro e una scrittura (e liriche in argentino) mollemente espressionista, capace di diventare tanto sequenza armonica aliena per le sue grida sottovoce, quanto semplice stornellata folk che viceversa risulta aberrata dalle sfumature del canto (spesso prossimo al chiacchiericcio bambinesco, alle tiritere non-sense, o al frasario incantato di un mistico).

In base di questa progredita innovazione di generi, Molina pubblica per Domino “Segundo” (2003), “Tres Cosas” (2004), forse il suo picco, e “Son” (2006), maggiormente centrato sul trattamento elettronico della voce. “Un Dia”, il suo mix finora più ambizioso (con particolare attenzione alle intelaiature ritmiche), è così un ideale compendio della sua opera precedente.

All’inizio si fa largo una visione persino ossessiva di danza. “Un Dia” sarebbe una delle più fedeli imitazioni dei Suicide, se non fosse per i sovratoni Wyatt-iani (ritmo vocale puntato in 2/2, tocchi percussivi sinistri), e la pletora di dissonanze via via ammassate (vocali, elettroniche, minimali), pure utilizzate come pulsazione perpetua. Soprattutto, qui Molina espone una fondata ipotesi per una “Moon in June” degli anni 2000. Dopo questa esplosione, “Los Dejamos” è invece eutanasia in forma musicale. Un beat minimal-irregolare e un sottovoce accompagnato da risonanze metalliche (cui si aggiunge un gorgo scuro) muta in palpito regolare ambient-techno, con una cantilena assorta e una sospensione di suoni astratti. Sempre più rarefatta, la piece perviene a una danza svenevole appena accennata, che infine svanisce quasi inconsciamente.
Un vento misterioso introduce poi “Los Hongos De Marosa”, che attacca con un innesto ritmico in cui la voce diventa drone da sirene e le tastiere prendono a remixare brutalmente l’armonia. Improvvisamente interviene una variazione da rodeo digitale, mentre l’atmosfera si esaspera, lambendo i vertici - di nuovo Wyatt-iani - della “Little Red Riding Hood Hit the Road”.

Da “¿Quien?” in poi le cose cambiano. Un’oasi folk polifonica (con contrappunto electro) ospita solfeggi lirici diafani alla Enya che subito si sfaldano. L’inondazione vocale che ne segue ha il potere di capovolgere il brano, come un concerto nel concerto, a esilissimo poliritmo raga-rock. In “No Llama” un carillon soffuso di chitarra flamenco è il fantasma di un loop che fa da sfondo a voci corali wordless; ma i suoi “concerti” non si reggono nemmeno più in piedi, ormai volti alla pura soundscape cartilaginea-stratificata, totalmente dominata dalla voce, dalle mille voci dell’autrice, una trenodia senza fine su palpiti apatici e tempi percussivi sbiaditi. E “Dar” è una volata gotica ricolma di stridori, con canto dapprima bisbigliato, ma poi di nuovo moltiplicato a oltranza in più parti stereofoniche, che pure si permette di fare la parodia dell’arrangiamento (niente più che uno sgorbio swing in sordina).

Come intercalari all’impercettibile ma inesorabile evoluzione insita all’opera, Molina piazza “Vive Solo” e “El Vestito”, due anti-romanze in apparenza semplici e scollegate, ma in realtà parte integrante del complesso discorso. “Vive Solo” procede per variazioni (o meglio addizioni) successive, ma il suo perno è il cumulo di ambience vocale della performer. Invece, in “El Vestito” la voce si nasconde dietro un complesso arpeggio; pian piano appare all’udito basandosi su di un lirico canto folk, ma infine impersonando il ruolo di direttore d’orchestra via filastrocche non-sense, effetti sonori e slancio ritmico.

Spettacolare e anti-spettacolare a un tempo, quella che si ascolta è una favolosa decostruzione dell’intero cantautorato minimale via introflessioni etniche, pan-etniche, umaniste e post-umaniste. La sequenza delle tracce è già significativa, quasi traslasse da una condizione di strutture organiche dotate di vita propria (alto caos) a un irradiamento perpetuo di energia vitale (basso caos). E’ dunque, più che un sapiente album di musica applicata alla teosofia, una rappresentazione dello spirito del tempo, del nostro tempo, o di un tempo cristallizzato. Juana Molina (Buenos Aires, 1967), già attricetta di comedy televisive sudamericane e spalla per Feist nel suo tour 2008, ha trovato una via allo zeitgeist.

(28/12/2008)

  • Tracklist
  1. Un Dia
  2. Vive Solo
  3. Los Dejamos
  4. Los Hongos De Marosa
  5. ¿Quien?
  6. El Vestido
  7. No Llama
  8. Dar (Que Dificil)
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