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Bright Blue Dream

2008 (Autobus) | pop-psichedelico, dream-pop, avant-pop

Sei parentesi graffe che incorniciano il tramonto (= sunset). Un artificio grafico intrigante, un invito a nozze per i curiosi. Ma se l’occhio vuole la sua parte, è soprattutto l’orecchio che deve approvare. Con i texani (di Austin) {{{Sunset}}} si va, comunque, sul sicuro...

Quello che una volta era il progetto in solitaria di Bill Baird, è oggi un ensemble aperto, rifugio per svariati comprimari. Per la Autobus (un’etichetta messa su da un manipolo di musicisti desiderosi di far conoscere al mondo la propria musica), in questo 2008 hanno visto la luce un dignitoso “Pink Clouds”, un interessante “The Glowing City” è l’eccellente “Bright Blue Dream”, disco di una bellezza fulminante. Un lavoro che proietta una luce vividissima e che non smette mai di rivelarsi in tutta la sua freschezza evocativa.

Sostanzialmente ancorato a un’idea molto trasversale di pop-psichedelico, Baird affresca con il suo “sogno blu scintillante” una tela di piccole, indistinte rifrazioni, un susseguirsi di emozioni che dal basso si protendono verso l’alto, in un altalenarsi continuo di piani percettivi, di umori lo-fi e grandiosità Spiritualized, disincanti popular e assolute trasfigurazioni metafisiche.
Non è un caso, allora, che ci sia di mezzo il Texas, con le sue meraviglie acide, i suoi spazi sconfinati, la sua combriccola di visionari indomiti… Lo stesso volto di Baird, d’altra parte, nasconde, dietro le apparenze, un’inquietudine profonda… Per cui, la declinazione di qualsiasi movimento musicale cela sempre un non so che di alieno, un’austerità misteriosa, un fascino enigmatico.

La marcia indolente di “Dear Broken Friend” risulterà essere, quindi, al contempo lineare e sfaccettata, intrisa, com’è, di vaghezze inafferrabili, di solenni inclinazioni stellari. Suadente e lunare, la ballata di “Diamond Studded Caskets” – tutta un incanto wave tra volute panoramiche di synth -  fa pensare, invece, ai Church del secondo periodo, a quel fatalismo ombroso e, pur sempre, denso di speranza in cui il pop entra in rotta di collisione con gravide modulazioni arty.

Stretta tra ironia “nera”, pathos grottesco e narcotico stupore, “I Love My Job” prelude al primo, grande exploit del disco: “Man’s Heart Complaint”. Groove cadenzato molto Tv On The Radio, melodia in circolo a cullarsi tra le nuvole e subdoli, radenti voli Low, per un sogno a occhi aperti dinanzi alle sollecitazioni della memoria. Una musica in bianco e nero che ridona forma alle cose e ai sentimenti, perché,  per dirla con il Wim Wenders di “Lo stato delle cose”, solo seguendo il continuo alternarsi di “chiaro” e di “scuro” si può giungere alla sorgente del mondo. Solo successivamente, i colori: emanazioni di essenze e percezione delle stesse…
Poi, i fiati che separano la linea del mare dalle terre emerse, un’armonica lontana che sibila come il vento autunnale, fotogrammi sbiaditi e voci che appendono tra le stelle una serenata fatta di liturgie invisibili e depresse, prima che i flutti inghiottano tutto il resto, lasciando intorno una disperata, desolante sensazione di mestizia (“Gulf Of Mexico”). Non un modo come un altro per scrivere la parola “fine”. Ma il migliore degli espedienti possibili per trasportarci tra i superbi solchi della title track, un capolavoro che riadatta il suono della frontiera alla ciclica meditatività della new age.

Si cammina, dunque, tra valli sconosciute, in compagnia di John Fahey, vecchio e barbuto sognatore che continua a lasciar tintinnare corde per dichiararsi uomo vinto dalle profondità del divino. E’ il sogno americano che vacilla sull’orlo dell’abisso. La colonna sonora di un western “terminale” scritta da Charalambides e Volebeats che si tengono per mano, al crepuscolo, tessendo sfumature di sogni dentro una brezza di cristallo. Epica quotidiana, quando il quotidiano sveste i panni dell’ovvio per mostrarsi in tutta la sua celestiale magnificenza. Un brano che, pur possedendo la gravità sommessa di un inno astrale, finisce per sprofondare senza remore tra il dolore e la grazia delle umane genti.
Senza soluzione di continuità, questa visione magistrale sfocia nell’estasi ambientale di “Moebius”, le cui vellutate fluttuazioni si dilatano tra trombe galattiche, bisbigli ancestrali e solitudini senza limiti. Baird sembrerebbe voler propendere per una risoluzione “catastrofica”, ma le distorsioni appaiono sfiancate, raggiungendo il climax nel breve volgere di qualche secondo, evitando segni di smaterializzazione. Segno preponderante, questo, che la fase di metamorfosi atmosferica del suono è terminata.

Cosa c’è di meglio, allora, per tornare sulla terra di una campfire song corale - con tanto di battimano contagioso – innalzata come un dono verso la cupola del cielo macchiato d’inchiostro, mentre saettano, diagonali, feedback ululanti che delimitano il cerchio di fuoco (“Old Sandy Bull Lee”)? Assolutamente niente. Anche perché, sulla struggente romanza pianistica di “Golden Reverie” sfilano già i titoli di coda, mentre si sprofonda ancora più in basso, lì dove il cuore pulsa sonnacchioso perché la vita possa continuare a manifestarsi in tutta la sua gioia…

(12/11/2008)

  • Tracklist
1. Dear Broken Friend
2. Diamond Studded Caskets
3. I Love My Job
4. Man’s Heart Complaint
5. Gulf of Mexico
6. Bright Blue Dream
7. Moebius
8. TV’s That Were His Eyes
9. Old Sandy Bull Lee
10. Golden Reverie
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