Forse l’introduzione più significativa a questo disco è incorniciata nell’interno di copertina (in lodevole cartonato, sebbene un po’ troppo lucido e plasticoso per i gusti di noi nostalgici degli anni 90): uno zombie, la chitarra elettrica in grembo, siede al buio pece di un cielo astrale in mezzo a due ali di reperti archeologici (biologici, industriali e non) in procinto di liquefarsi sotto il peso di lisergici agenti atmosferici.
Stili decomposti che risorgono dalla loro fossa asettica, voci che risuonano da uno sfocato oltretomba sonico. L’ambizione dei Witch, qui all’opera seconda, è quella d’inaugurare una nuova alba dei generi morti viventi, riesumando il
garage-grunge dei
Mudhoney e l’hardcore dei primi 80 con un piglio pantagruelico e sgangherato che potrebbe (o vorrebbe) ricordare pionieri del
doom come Saint Vitus e Pentagram.
Un abbinamento singolare per quello che da più parti viene definito come il
side-project di
J Mascis: in realtà il “dinosauro minore” se la spassa dietro le pelli limitando il suo contributo fra casse e rullanti pneumatici e rocciosi giri di tamburi e lascia campo aperto alla voce smaniosa e smerigliata di Kyle Thomas (che viene dall’
avant folk coi Feathers), filtrata come dai fori d’un sudario d’echi e riverberi, e alla logorrea solistica di Asa Irons e Kurt Weisman (quest’ultimo, in particolare, troppo spesso imperversa fuori contesto).
I brani si spartiscono così, grosso modo, in due categorie: sfuriate
garage-core con la bava acida alla bocca che spaziano tra
fuzz e
tremolo come “Eye” (penalizzata dalle svisate
speed metal del solito Weisman), “1000 Mph” (la migliore del lotto: puro suono “white trash”, lordura psicotropa raccattata nel cesso di qualche roulotte senza ruote, sospesa su una palafitta di assi e mattoni), “Disappear” (la più
old school HC), “Mutated” (la più “
dinosauresca”) ed estenuanti falsopiani
acid doom, fra i quali possiamo includere, oltre a “Gone” (scossa qua e là da convulsioni
stoner), “Sweet Sue” (incantevole nenia spaziale che è il vero piatto forte del disco), “Psychotic Rock” (lugubre cantilena
sabbatica) e “Old Trap Line” (interminabile tirata psichedelica), anche lo
psych-grunge di “Spacegod”.
Il tono ruspante della produzione e la genuina lascivia da divoratori di
psylocibe potrebbe far guadagnare al gruppo qualche consenso persino al di fuori della consueta cerchia dei maniaci del/i genere/i e dei completisti di
J Mascis.