Devo

Something For Everybody

2010 (Warner) | synth-pop

Dal primo ascolto a quando mi appresto a scrivere sono passate tre settimane. Tre settimane in cui diligentemente, un giorno sì e uno no, piazzo il disco nel lettore ben deciso a mettere nero su bianco le mie impressioni. E però niente da fare: non restava che un foglio bianco. Sarà stata la pigrizia, oppure la calura incipiente? Trattavasi forse di un blocco del recensore (!)? Niente di tutto questo. Non so se vi siete mai trovati nelle condizioni di comunicare qualcosa di spiacevole a un amico fraterno, una di quelle tirate che sarebbe meglio impostare a muso duro per non rischiare di essere fraintesi e, proprio per questo, continuate a procrastinare in attesa di un momento migliore, che puntualmente non arriva. Ecco il punto. Perché coi Devo ci sono cresciuto musicalmente, è stato il classico coup de foudre pre-adolescenziale, di quelli che ti aprono la mente e che ti indicano la strada. I Devo, per capirci, li ho tatuati nell'anima e persino sulla pelle (avambraccio destro, per l'esattezza), non roba qualunque.
"Are We Not Men? We Are Devo!" (1978) è il pop che si fa avanguardia, il surrealismo che tracima nel genio, un  pugno nello stomaco per pubblico e artisti. E non a caso David Bowie sognava di produrli, non a caso Brian Eno lo fece per davvero. Poi fu la volta del bellissimo "Duty Now For The Future" (1979), la conferma che un nuovo e speciale linguaggio si era impossessato del rock: saltellanti divise anti-radiazioni, un post-atomic-punk schizzato e robotico che si era creato un microcosmo tutto suo. I Devo erano i Devo e basta.

Come dite? Sto prendendo tempo? Abbiate pazienza, ancora tre righe per dirvi di "Freedom Of Choice" (1980): un'apertura più accessibile, forse meno caratterizzante, ma comunque innovativa,  capace di produrre evergreen clamorosi come "Girl U Want", "Whip It", "Gates Of Steel". E poi? E poi basta perchè, pur scrivendo la storia, la saga della premiata ditta Casale-Mothersbaugh finisce qua. Quel che segue è l'annunciata de-evoluzione ricamata attorno a dischi prescindibili, qualche canzone mediamente a fuoco, e una parodia fine a se stessa. Peek-a-boo insomma, da non impressionare nemmeno il più pavido dei bambini.

Il grosso guaio di "Something For Everybody" è che non sembrano passati vent'anni dall'ultima modesta manciata di inediti ("Smooth Noodle Maps", 1990), ma che si percepiscono per intero i trenta trascorsi da "Freedom Of Choice": di allora rimane il synth, laddove il pop è troppo sgualcito per potersi definire tale. Cosa può spingere un gruppo di musicisti eccelsi verso la china di una mesta ordinarietà? Ci fu un tempo fatto di macchine analogiche in cui cinque operai della musica lavoravano pro-futuro sviscerando nuovi suoni, c'è questo tempo in cui quegli stessi operai - quasi in età da pensione - pigiano dei preset senz'arte né parte, scimmiottando effetti che molti giovanotti scafati di norma estraggono dai loro marchingegni digitali, talvolta con una brillantezza che qui manca. Smarrire la strada mostrando di non aver imparato alcunché dai troppi deragliamenti, come se i pionieri di Akron fossero caduti vittime di un incantesimo lungo tre decenni che li ha ipnotizzati sui cliché più sbiaditi di quella che fu, al contrario, una grande intuizione.

E allora diventa relativamente facile capire perché ci si arrabatta nella disperata ricerca della nuova "Girl U Want", girandoci intorno a partire dal singolo "Fresh" che propina il tipico riff di tastiera suffragato da stop and go e ritornellino catchy d'ordinanza: non qualcosa per cui cambiare stazione radio, ma ben distante dagli standard di riferimento. Purtroppo il peggio deve ancora venire quando ci si imbatte in "Please Baby Please", che nelle intenzioni vorrebbe restituirci una versione gioviale dei Suicide ma nei fatti si dimostra una evoluzione pokemon della "Macarena", oppure nell'acritico utilizzo delle mercanzie sintetiche in casio style di "Mind Games". Roba che i bravi Righeira di "Mondovisione", al confronto, escono trionfatori.

L'ambizione è di creare le atmosfere goderecce del party album, ma l'ironia forzata non regge mancando della necessaria spensieratezza, ripiegando perciò nel puro mestiere. Tanto che l'unica nota positiva giunge, quando ormai non te l'aspetti, alla traccia numero undici con "No Place Like Home", che abbandona le piacionerie gratuite per calarsi in un gustoso cocktail fra il primo Julian Cope e gli immarcescibili Ultravox. Davvero troppo poco.

(08/07/2010)



  • Tracklist
  1. Fresh
  2. What We Do
  3. Please Baby Please
  4. Don't Shoot (I'm A Man)
  5. Mind Games
  6. Human Rocket
  7. Sumthin'
  8. Step Up
  9. Cameo
  10. Later Is Now
  11. No Place Like Home
  12. March On
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