Junior Boys

Itís All True

2011 (Domino) | synth-pop

"It's All True" è un album da trattare con ponderatezza: quanto è faticoso prendere le misure a un lavoro che si presta a due chiavi di lettura, nemmeno troppo coerenti tra loro. Già, perché ormai una cosa è chiara: i Junior Boys, approdati al quarto album in otto anni, hanno affastellato nel tempo quesiti che hanno poco a che vedere con la qualità intrinseca della loro musica e molto, però, con la rotta della loro proposta artistica. Che fare dunque? Analizzare il disco in modo avulso da tutto ciò che lo ha preceduto, ricavandone così la solita generica buona impressione, oppure avventurarsi in considerazioni che aprono il campo a critiche che rischiano d'essere troppo severe? Per quello che dovrebbe essere lo scopo di una recensione, si è preferito optare per la seconda ipotesi.
Che il duo canadese sia un ineludibile punto di riferimento del nuovo pop elettronico lo si sa da tempo, quindi è lecito chiedersi se la sola conferma di questa circostanza sia davvero sufficiente alla bisogna.

Il seguito del folgorante debutto "Last Exit" fu proprio un bell'atto di coraggio: "So This Is Goodbye" ruppe gli indugi, conservando solo i codici del marchio di fabbrica e dirottando le energie verso canzoni più malleabili che, almeno nelle intenzioni, avrebbero dovuto far breccia nel cuore di platee più ampie. Non sappiamo se la cosa sia da riferire alle aspettative frustrate, fatto sta che l'apprezzabile successore rappresentato da "Begone Dull Care" si collocava nella classica terra di mezzo. Una buona transizione, si era detto, ma ora? Non che "It's All True" si astenga dall'inserire lodevoli segnali di novità, ma lascia inevasa la domanda sull'indirizzo dell'idea: esperimenti elettronici in ambito pop destinati a indie imperituri, oppure intelligente progetto mainstream che non disdegnerebbe di passare all'incasso? Prendete i Depeche Mode. D'accordo, erano altri tempi e i contesti non erano certo paragonabili (e neppure la ricchezza del canzoniere, a dirla tutta) però se date un occhio alla loro discografia del primo decennio di carriera troverete un cambio di formazione, poi l'introduzione di nuovi suoni, e sempre l'ausilio di autorevoli produttori esterni alla band che tenevano ferma la rotta dando coerenza all'eterno dualismo fra esplorazione e orecchiabilità. E pur sempre di synth-pop si trattava.

Qui invece ci troviamo per la quarta volta dinnanzi al nucleo Greenspan-Didemus, che se da un lato acquisisce sempre maggior malizia nell'uso degli attrezzi (con Jeremy che sta persino diventando un "vero" cantante!), dall'altro svela gli inevitabili limiti cromatici di una tavolozza ormai attinta in ogni sua sfumatura. È davvero un peccato vedere soffocate in quello che sta diventando un ingombrante involucro una possibile hit come la neworderiana "Banana Ripple" (metteteci una chitarra in primo piano, o un bridge a più ampio respiro, perdinci!), oppure gli afflati italo-disco di "You'll Improve Me" o il funky gradevolmente trasfigurato di "A Truly Happy Ending" (a metà strada fra Hall&Oates seconda maniera e Robert Palmer di "You Are In My System"). Poi ci sarebbero anche l'ambient-pop di "Playtime", bello anzi di più ma pesante debitore di "Teach Me How To Fight", e altri episodi sparsi che se la giocano fra il gradevole riempitivo ("Second Chance") e l'autocitazione in chiave minore ("The Reservoir", "Kick The Can").

La riflessione che rimbalza in testa ascoltando i nove brani è "i Junior Boys restano pur sempre bravi ma...". Non ci si aspettava certo di essere travolti dagli effetti speciali, ci si sarebbe accontentati di qualche perplessità in meno e di un po' d'ambizione in più.

(29/06/2011)



  • Tracklist
  1. Itchy Fingers
  2. Playtime
  3. You'll Improve Me
  4. A Truly Happy Ending
  5. The Reservoir
  6. Second Chance
  7. Kick The Can
  8. Ep
  9. Banana Ripple
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