Junior Boys

Begone Dull Care

2009 (Domino Recordings) | synth-pop

Felina e in punta di piedi nel suo sensuale minimalismo “senza macchia” e i distintivi timbri synth-pop anni 80, incede la danza Junior Boys con lo spessore che sempre riconosciamo e che ancora contagia, rinnovandosi entro una lucida magia, in uptempo soul-funk saturo di nitide e felpate pulsazioni electro-rock.

“Begone Dull Care”, terzo approdo discografico, omaggia nel nome uno straordinario artista, lo scozzese-canadese Norman McLaren, la cui sconvolgente opera d’animazione in celluloide, apparsa nel primo dopoguerra del Novecento, infiamma e arde in sé, oggi come allora. Visionaria e sovversiva in un mai domo sperimentalismo, nella propria astrazione/aderenza sul quotidiano, è sempre stata considerata fondamentale per la musica elettronica così come è stata concepita e prodotta.
Quest’album celebra e rinnova il connubio forma-canzone elettronica, come un ponte tra nuovo e vecchio mondo, da dove rispettivamente risiedono e comunicano, tra Canada e Germania, i due titolari del progetto, Jeremy Greenspan e Matthew Didemus. A scrutarne i tratti somatici, è arduo conciliare questa musica con la fisiognomica dei due componenti. Guardi le foto di Jeremy, ascolti “Last Exit” (2004) e quasi ti persuadi che il pizzicamento di talune corde sia meravigliosamente incidentale, per lo più dovuto a sporadiche frequentazioni di club alternativi che a reali immersioni in atmosfere d’annata. Passi a “So This Is Goodbye” (2006) e già il convincimento scricchiola: la presa d’atto che non solo gli ascolti di riferimento sono solidi, ma che sono talmente radicati da coniare uno stile prossimo a un attualissimo marchio di fabbrica.

Con “Begone Dull Care” occorre arrendersi all’evidenza. Parliamo dell’assoluta naturalezza con cui un barbuto residente dell’Ontario (che vedresti bene a suonare la chitarra nelle orge strumentali proprie dei Godspeed You! Black Emperor) ostenta le sue sussurrate malinconie, così da dare la paga a molti navigati maestri britannici del mood (ogni riferimento ai Depeche Mode più recenti è puramente voluto). Giacché chiamarla indietronica è fuorviante: una collezione di canzoni che starebbero in piedi anche solo nei loro pochi accordi, ma che si vestono di abiti sintetici nel malcelato intento di prender pudicamente distanza dal loro stesso delicato bagliore.
Sin dalle algide parvenze synth dell’apertura "Parallel Lines" come spiriti sopiti che circumnavigano oasi soul attorno un refrain d’ipnotico nitore, si dettano le coordinate a un concept seriamente iscritto e compromesso nel “passionale”.
Un connubio col digitale in cui l’umano ottiene la propria, costante, riaffermazione. Robotismi implicati, imbevuti liricamente di pura anima, innescano un rapporto torrido e ambiguo, di sintesi e fusione, di cospirazione tra suoni, visioni e corpi. Rituali che frantumano l’illusorio ponendo in essere, viscerale, l’ennesimo inopinato spleen che rende questa musica sempre implacabile, maggiore della semplice addizione tra parti.

Una complicità bruciante, un pressing stretto tra macchina e sentimento procede irreversibile, nel suo fatale slancio vitale. Il vocalizzo che s’assottiglia nel contrappunto melodico che si fa ancor più artificioso, un’antitesi apparente  del funky che, al contrario, inaspettata si palesa.
Compiace il sicuro portamento formale e cromatico di "Work", che rifulge in un levigato esteriore, in una sensualità fortemente voluta e ritagliata da un morbido sequencer ormai esclusivo appannaggio del duo canadese.
“Bids And Pieces” è il disarmante autismo della “Under The Sun” degli esordi che finalmente si esplicita attraverso un sapiente uso di campionamenti davvero ironici nel loro autocitarsi. “Dull To Pause” contiene tutte le istruzioni su come si plasmano i suoni per redigere il perfetto manuale del minimal-pop, mentre “Hazel” salta agile e fatale, nel suo Dna french -touch.

Un album dal solido potere seduttivo romantico, compromesso, persino usurato come appare, su improrogabili cronache sentimentali. Scottanti armonie, indotte (e... tradite?) dal proprio urgente battito umano, sfilano androidi e pulsano sangue, risaltando un intimo trascurato, persino negato, da contesti sociali in cui individuo e sentimento trovano poco spazio; forgiandosi su un luccicante sentimentalismo ("What It's For"), suggestivo al punto da incendiare strumenti e cuori, in autocombustione.

Non ci aspettavamo voli pindarici, plananti fra generi lontanissimi, né chissà quali rivoluzioni sonore che, infatti, non sono avvenute. La sorpresa semmai risiede nella capacità di mantenere, dopo tre album, un così elevato imprinting emotivo, tutto giocato su equilibrismi che divengono col tempo sempre più eterei e personali. E che elevano l’ascolto al rango di nobile conforto, il riferimento che ancorerà all’oggi i nostri ricordi di domani.

(01/04/2009)

  • Tracklist
  1. Parallel Lines
  2. Work
  3. Bits and Pieces
  4. Dull to Pause
  5. Hazel
  6. Sneak a Picture
  7. The Animator
  8. What It's For
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