Come il vento che entra in casa senza bussare alla porta.
Come il sorriso di un bimbo che ridesta un animo distrutto dal cinismo.
Come il silenzio che raccoglie le poche parole di cui hai ancora bisogno.
Come il sinuoso movimento del gatto che ridona vita a un volto sofferente e depresso.
Cosi "Oro" degli
Orka si distende e si diffonde nel nostro piccolo mondo cerebrale abbrutito dall'arroganza e da una poco solida certezza, rimescolando stati d'animo parcheggiati negli angoli più arcaici e oscuri del nostro essere.
Uno straniante
input sonoro corredato da un linguaggio alieno (il gruppo proviene dalle isole Fær Øer), una disciplina pop che concentra le pulsioni industrial e
kraut in un paesaggio sonoro dai tratti sognanti, ruvidi e poetici.
È facile leggere tra le righe del
sound scampoli di
Einsturzende Neubauten,
Depeche Mode,
Dead Can Dance,
Sigur Rós, oltre a una serie di oscure band (leggi Cindytalk, Minimal Compact, 400 Blows...), ma tutto è dannamente nuovo e originale, e non solo per la stramba strumentazione auto-costruita dai musicisti.
Un nuovo concetto di musica industriale quello degli Orka, nel quale l'uomo ha ripreso il controllo delle macchine assemblando oggetti e scampoli di elettronica per generare nuove forme d'arte, un linguaggio vocale ambiguo e alieno che eleva ogni fase emotiva a pathos.
Tra la neve di febbraio e un edificio nel porto di Tórshavn, suoni metallici e incubi armonici catturati da microfoni e geofoni danno forma a incubi sonori dalle forme sinistre e familiari.
Le promesse dell'esordio sono divenute solide incertezze con echi malsani di cantautorato alla
Leonard Cohen nella insolita "Hon Leitar", pulsioni folk-gothic nella onirica "Aldan Reyd", ma anche strali funk immersi in corpi glaciali e tormentosi che schiacciano "Tad Vakrasta" verso toni industrial.
Più luccicanti e ammalianti "Orøgv" e "Fylgid", che abilmente raschiano i confini della poesia e del
maudit con nuove vibrazioni vocali e sonore, un trionfo della creatività sulla percezione fisica e mentale, due rari esempi di concretismo sonoro.
"Oro" è un album empio di eccitazione e disordine, con poesie sempre più oscure e anarchiche; Jens L. Thomsen si è preso carico di sostituire i testi del poeta Jóanes Nielsen, che caratterizzavano l'esordio, con testi che godono di spessore sonoro grazie alle evoluzioni vocali di Ólavur Jákupsson, che lambisce toni melodici e fruibili nella graziosa e geniale "Betri Tidir".
Ogni ascolto regala nuove timbriche e inattese profondità, con gemme che si mostrano alle luce solo dopo ripetuti e incoscienti ascolti, mentre si ricompongono frammenti di poesia industrial per generare frutti inconsueti ("Moldblak") e privi di illusione e speranza ("Kapersber"), che cingono di ibride sonorità un mondo sonoro non sempre percepibile e di cui gli Orka svelano solo alcuni misteri.
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