Il cantautore siculo Carmelo Amenta segna, con “I gatti se ne fanno un cazzo della trippa” (seguito de “L’erba cattiva“), un nuovo punto d’avanguardia nel suo canzoniere, per lasciarsi alle spalle macchiette e folklore e dedicarsi al fondo nero della realtà.
Attaccano alcuni brani-killer più sanguigni. Anzitutto la taranta Tom Waits-iana, unita a un severissimo j’accuse, della title track. Una sua copia di poco inferiore, stavolta distorta e in corto-circuito con una tropicalia immersa in una coltre elettronica, sta in “Per i vermi siamo tutti uguali”. Ma soprattutto “Lo spettacolo” (tam-tam, metallofono, elettronica brumosa, poesia stridula) è il suo personale record di disorientamento.
Una fase media è toccata dai sei minuti di “Ciuf ciuf”, un inno alla “Stranger Than Kindness” di Nick Cave, un declamato sovrainciso in mezzo a un rado paesaggio blues, che attraverso una parentesi allucinata diventa via via un requiem, e da “Frammenti”, non meno tormentata, con accompagnamento al limite del concertino per slide e percussioni.
Quindi l’album diventa sempre più tradizionale, spaziando da danze cool-jazz (“Coriandoli e polvere”) a ballate dolenti Mark Lanegan-iane (“Tutto è fuori posto sempre”), a blues-folk per banjo (“Le canzoni dei fantasmi”), ma l’interesse progressivamente si arena, al punto che sembra di udire scarti del suo primo disco, per quanto attentamente curati (“Una domenica di marzo”).
Con tutta la personale volontà di rinnovamento, non risolta, “I gatti…” ha nelle canzoni più sentite, nel blues che lo segue come un’ombra, nell’effettistica aliena di Paolo Messere, nei testi che in momenti come “Aria” diventano quasi suono alessico, una doppia natura morale – civile ed esistenziale.
Supporto di Enzo Pepi (chitarre), Francesco Accardi (contrabbasso), Graziano Latina (percussioni), Valeria Sorce (voce e artwork). In fondo all’album c’è un Ep bonus, “Non dimenticare di abbeverare le piante” (2011).
14/09/2012