Dopo dodici anni di attività discografica non è più pensabile presentare Diana Darby come una delle possibili nuove cantautrici di talento: le sue potenzialità sono oramai manifeste, nulla che possa rivoluzionare il panorama americano folk, ma sicuramente una presenza rispettabile nella pur copiosa produzione contemporanea. Introspettivo e ricco di piacevoli ingenuità, “I V (Intravenous)” riconcilia la protagonista con la musica dopo alcune difficoltà causate da un’anemia invalidante. Il ritorno in scena non può non risentire del buio periodo personale, le atmosfere non sono più quelle rilassate di “The Madgalene Laundry”.
La voce è sempre avvolgente e confidenziale, gli arrangiamenti sono invece più minimali e autunnali, dall’atmosfera che evoca Vashti Bunyan o i primi bozzetti acustici di Susanne Vega, il tutto impreziosito da arrangiamenti molto raffinati. La voce, registrata live in studio, conserva tutte le asperità poetiche e le nuance necessarie per evitare la noia del folk acustico, includendo canzoni vissute senza pudori o paure. Il merito va anche agli straordinari musicisti Viktor Krauss, Dan Dugmore, David Henry, Jimmy Bowland e JZ Barrell, abili nel tessere sfondi pastorali vicini alle suggestioni delle prime incisioni della Windham Hill; basso e chitarra distillano le note con sapienza e un gusto da jazz da camera.
Non è un album facile, “I V (Intravenous)”; la cantilena ossessiva di “Heaven” e il folk ancestrale di “Snow Cover Me” rischiano di sfibrare l’ascoltatore casuale, ma è innegabile che il trittico “The Alphabet”, “Elena“ e “Little One” formano una sequenza lirica versatile e godibile, sia per le splendide sonorità di basso, nella prima delle tre tracce, sia per l’eccellente equilibrio tra violoncello e banjo nelle restanti due. E’ un folk quasi chill-out, un racconto intimo e delicato che Diana Darby riempie di piacevoli allegorie e simbolismi, un tuffo salutare in un mondo di fragile poesia, da maneggiare con molta cura.
12/10/2012