Menomena

Moms

2012 (Barsuk) | art-rock

Al traguardo del quinto disco, l'art-rock dei Menomena mostra tratti sempre più accattivanti e una progressione verso il formato canzone sempre più decisa.
Ormai ridotta a un duo, dopo la dipartita del chitarrista Brent Knopf, la band di Portland apre questo “Moms” addirittura con echi Blur, pur se rimuginandoli a modo suo, tra figure di piano che vanno e vengono, battimani in loop e barriti di sax.

Sornioni e sensuali, i Menomena versione 2012 giocano con gli spazi dilatati, le trame stratificate e i suoni in libero galleggiamento, mentre il basso scodinzola grassoccio e le chitarre iniettano finanche dosi di rumore. E’ questo il recinto in cui è racchiusa “Capsule”, un caleidoscopio che si ripete con tratti ben più epici nelle successive “Pique” e “Baton”, attraversate da un senso di ineluttabile malinconia nonostante la superficie a tratti si faccia fieramente enfatica.
Rispetto agli album precedenti, le liriche abbandonano le tematiche più sfuggenti e surreali, per concentrarsi su tematiche più definite e intime. Così, quando si precipita nelle ragnatele drammatiche di “Heavy Is As Heavy Does”, non stupiranno gli accenti aspri e dolorosi delle parole di Justin Harris, sulle tracce di un padre assente (“Heavy are the branches/ Hanging from my fucked-up family tree”), soprattutto se confrontate con quelle, “silenti”, di Danny Seim, che perse la madre quando era ancora adolescente.

Eppure, nonostante tutto questo bagaglio di dolore, un giorno, magari, riparleremo di “Moms” come del loro disco più “rock”, anche se qualche distinguo sarà comunque d'obbligo perché, quando si ha a che fare con la musica dei Menomena, è sempre bene evidenziarne il carattere disorientante e sfuggente. Brani come “Giftshoppe” (con i suoi fiati prorompenti e smargiassi, le sue smerigliature sintetiche e i suoi volteggi sbandati), “Skintercourse” (in cui chitarre e pianoforte dialogano alla grande mentre la batteria spazia tra progressioni pulsanti e accenti quasi tribali), “Tantalus” (dalle avvolgenti filigrane post-punk) e la lunga, conclusiva “One Horse” (un cerimoniale solenne che idealmente sintetizza tutto il substrato emozionale del disco, toccando vette di rapimento cameristico) rappresentano, infatti, l’essenza di una band che, nel guardare al passato di quel "contenitore", diluisce, accentua o carica di valore simbolico il suo stesso suono, mirando dritto negli occhi il futuro.

(11/10/2012)

  • Tracklist
1. Plummage
2. Capsule
3. Pique
4. Baton
5. Heavy Is As Heavy Does
6. Giftshoppe
7. Skintercourse
8. Tantalus
9. Don’t Mess With Latexas
10. One Horse

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