Ronin

Fenice

2012 (Santeria) | alt-rock, post-rock, instrumental

Il quartetto dei Ronin ritorna, in pompa magna, e con un'incrementata coscienza del proprio stile "patchanka malinconico", con un disco anche più solenne de "L'Ultimo Re": "Fenice". Il mito che abbraccia, il rinascere dalle proprie ceneri del prodigioso volatile, porta un pugno di brani che fanno evolvere la natura dei loro pastiche strumentali.

Così l'incedere a mo' di deliquio barocco di "Selce" suona come una "Cortez The Killer" di Neil Young per l'ora del tè. "Spada" è dapprima lentezza post-rock, poi assume le sembianze di una pièce di Captain Beefheart raddrizzata (e rallentata), quindi diventa promenade con sovratoni tibetani, ma l'operazione in sé è freddamente narrativa. Il duro folk-rock di "Benevento" è modulato sia in senso pacato, con una parentesi western-lounge, sia in senso turgido, con un hard-blues Led Zeppelin-iano.
Le chitarre distorte suonate a mo' di mandolini in stile "Misirlou" di Dick Dale di "Jambiya" lanciano un'incalzante danza afro-jazz (con un Enrico Gabrielli abile nel dissonare improvvisando a piano e accordion), una delle loro pièce più ammalianti di sempre. Come per "Spada", anche la title track si immette nel post-rock con un duetto impressionista fatto di melodie polifoniche, pause e glissandi; purtroppo, l'aggiunta di strati di suono - dalla sezione ritmica fino addirittura agli archi orchestrali - sciupa questo mood di adagio di sonata, suonando superflua.

A partire da "It Was A Very Good Year", il loro primo pezzo cantato (per gentile concessione di Emma Tricca, ma niente più che un tedioso standard jazz a firma Ervin Drake), la musica cambia in tutti i sensi: gli ultimi tre brani non si distinguono granchè dalla carta da parati. Scampoli della "Tusk" dei Fleetwood Mac negli ottoni di "Conjure Men" fanno qualche eccezione.

Notevole per lo sforzo, non compiuto fino in fondo, di portare avanti la saga Ronin puntando su pochi efficaci brani, che effettivamente provano ad ambire a un nuovo genere. Non solo post-rock, ma rock del contagio, forse senza più troppa soda caustica. La band di Bruno Dorella sta raggiungendo punti terminali d'incupimento e tormento, con punte di qualità trascendentali qua e là. Vi contribuisce l'elevata maturazione tecnica, oltre a un ampiamento degli obiettivi, e degli ospiti, che oltre a un Nicola Ratti in grande spolvero, a un giusto Enrico Gabrielli, e a un Nicola Manzan uomo jolly, annoverano anche Raffaele Koheler e Luciano Macchia alla sezione ottoni, e persino Umberto Dorella (il padre di Bruno) all'organetto.

(20/01/2012)

  • Tracklist
  1. Spada
  2. Benevento
  3. Selce
  4. Jambiya
  5. Fenice
  6. It Was A Very Good Year
  7. Gentlemen Only
  8. Nord
  9. Conjure Men
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