Inchiuvatu

Inri Ep

2013 (Inch Productions) | alt-metal, dark-folk, alt-rock

Prima di diventare cantautore desertico nei suoi due album (“Incantu” e “Disincantu”), Agghiastru ha avviato un’ormai decennale carriera di black-metal sinfonico a nome Inchiuvatu. Il suo primo Ep “Trinaka” (1993) è però penalizzato da una cattiva produzione che lo fa suonare tronfio e ripetitivo; solo tastiere sognanti e tintinnanti procurano un vero exploit di maleficio alla fine della title track. Il secondo “Demoniu” (1994) inizia a piegare le tastiere agli stereotipi del folk siculo, ma soprattutto c’è molto più dinamismo nella produzione, in grado di far emergere sia i cambi di tempo che il suo canto di stregone “shakesperiano”.

“Strurusia” (1994) è invece un Ep strumentale di sole tastiere, quasi uno spin-off, con cui pennella valzer, cavatine e bagattelle con melodie melanconiche da infanzia spezzata. Il mini-cd antologico omonimo del 1996 riprende questi “studi” per fabbricare nuove piece demoniche e proseguire la ricerca, soprattutto nella vampirica “Castiu di Diu”, con zufolo mediterraneo (il “friscalettu”), finora la sua commistione più riuscita. Vi sono anche la cantata sicula sbranata da ruggiti growl e dalla distorsione di “Addisiu”, la cantata per tastiere e ibrido mostruoso tra growl e dialetto siciliano di “Unia” e la fantasia di sole tastiere di “Quiete morente”. Altre sono molto ingenue e amatoriali.

Segue un ciclo di album lunghi con cadenza quadriennale: “Addisiu” (1996), con nuove punte di grottesco tra suoni infantili ed efferatezza black-metal (soprattutto la chiusa di “Cristu Crastu”) e un’eterogeneità quasi degna dei Sepultura, “Vigogna” (2000), forse il più suggestivo con i suoi modi da musical, “Piccatu” (2004), “Miseria” (2008), sempre più sofisticati nel contrasto tra gli stereotipi più beceri del profondo sud e le altisonanti sfuriate della band.

Il progetto ritorna al formato breve, forse più congeniale, con gli Ep “33” (2008) e “Ecce Homo” (2011). Nel primo, a tratti quasi progressivo, figura una “Funnu” che cerca di dare un risvolto realmente satanico al folk siculo. Nel secondo appaiono variazioni anche più significative: le ballate dark-folk di “Ecce Homo” e “Sangarta”, un uso evocativo dei campionamenti, e un notevole rallentamento delle cadenze black-metal che pare voler venire incontro all’ascoltatore.

La trasformazione è così completa e radicale nel terzo, più ampio e ambizioso Ep “Inri”. L’incipit marciante con sovratoni mediterranei di “Pontius” (e in parte anche “Cariri”) imposta il tono: “Matri Mea” è quasi un pezzo dark-ambient per chitarra arricchito di tuoni e suoni di ferraglia, “Aisa” è il lento perfetto che manca ai dischi a nome Agghiastru, “Veronica” è un saltarello eseguito da Tom Waits che fronteggia gli Slayer, la title track è una sorta d’inno partigiano inghiottito in una marcetta di tastiere sinfoniche. Spingendo agli estremi questi sforzi artistici escono persino canti da chiesa veri e propri (“Cristo Pasto”), il grunge di streghe e demoni di “Salma” e la ballata opprimente scartavetrata dalle distorsioni da incubo di “Amen”.

Batteria quasi del tutto assente e poco udibile, tono solenne, passo da messa (anzi da via crucis con le sue quattordici stazioni della tracklist), ultimo e più alto capitolo della trilogia dedicata alla passione di Cristo iniziata con “33” e “Ecce Homo”. E’ il più meditato e riuscito Agghiastru in tutte le incarnazioni, perché racchiude - e trasfigura - entrambe le anime: il black-metal si smaterializza in cinerea atmosfera, gli stilemi della Sicilia mutano in amuleto di condanna ed espiazione incerta. Qualche perdonabile lungaggine verso la fine. Pubblicato il Venerdì Santo 2013 (25 marzo).

(02/03/2014)

  • Tracklist
  1. Pontius
  2. Aisa
  3. Cari
  4. Matri Mea
  5. El Cireneo
  6. Veronica
  7. Cari Arrè
  8. ‘I Fimmini
  9. Cariri
  10. Cristo Pasto
  11. Inri
  12. Amen
  13. Salma
  14. Scavai
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