Arbouretum

Coming Out Of The Fog

2013 (Thrill Jockey) | psych-folk, stoner

Ogni band giunta ormai oltre il decimo anno di vita deve ineluttabilmente tirare le somme di quella che è la sua avventura artistica e guardare al proprio futuro. La storia degli Arbouretum prende il via nel 2002 a Baltimora, per mano del chitarrista Dave Heumann, già con Will Oldham alias Bonnie “Prince” Billy. “Long Live the Well-Doer”, il primo album della formazione statunitense, sboccerà solo due anni dopo e, se da un lato appariva chiara la proposta targata Arbouretum, fatta di alt-country molto spirituale e dalle vaghe venature psichedeliche, dall’altro, le sonorità dell’esordio sembravano non riuscire a stimolare gli animi saturi degli ascoltatori più pretenziosi.
Non si trattò, per farla breve, di un debutto troppo eccitante e neanche il successivo “Rites Of Uncovering” riuscì a dare al gruppo la medesima attenzione rivolta ai grandi nomi del genere, tra cui lo stesso Bonnie “Prince” Billy, anche se in compenso la schiera di coloro che si gettarono nell’ascolto fu evidentemente più copiosa.
Dopo i primi anni seguirono diversi altri lavori, tutti galleggianti tra l’apprezzamento incondizionato dei pochi fedeli e le critiche o lo snobismo dei più. Tutto questo fino al 2011 quando, con “The Gathering” e le sue forti influenze stoner (già accennate in precedenza), la storia degli Arbouretum sembrava giunta al culmine della sua espressività.
Meno di un disco l’anno e qualche partecipazione a split e compilation ma mai un album che possa definirsi il vero culmine della loro esperienza. Dieci anni alle spalle e un ultimo lavoro che ha lasciato tremendamente fredda la quasi totalità del pubblico.

Come si diceva, era giunto il tempo di guardare al passato per scoprire il futuro. L’occasione arriva proprio nel 2013 con questo “Coming Out Of The Fog”, che avrebbe potuto rappresentare la svolta artistica per la band di Baltimora, l’inizio di una nuova vita oppure il punto esclamativo posto su una carriera non oltremisura elettrizzante, la loro prova di maturità.
Niente di tutto questo. Gli Arbouretum riprendono con esattezza i loro classici punti-cardine delle prime opere, folk-rock, psichedelia, quindi lo stoner della seconda fase e offrono il tutto senza eccessive variazioni, finendo per cadere nelle stesse debolezze evidenziate con “The Gathering” e palesandosi come una band sempre troppo uguale a se stessa.
Partendo da questa premessa, quello che ci si potrebbe aspettare è un album difficile da digerire, ma in realtà, da un punto di vista puramente estetico, David Heumann (voce, chitarra), Mitchell Feldstein (batteria), Walker David Teret (chitarra), Corey Allender (basso), Daniel Franz (batteria) e Steve Strohmeier (chitarra) dimostrano di essere ancora gli ottimi musicisti che conosciamo, ben più che nel precedente disco già citato, di due anni prima.

La novità apparente rappresentata dagli elementi stoner in “Coming Out Of The Fog” altro non è che la naturale e semplice prosecuzione di quanto proposto in precedenza e non si configura come una metamorfosi assoluta. Ancor più perché tali fattori non possono certo definirsi rivoluzionari se inseriti in un ambiente folk e slowcore.
I primi due brani, “The Long Night” e “Renouncer”, s’incastrano perfettamente in questo frustrato tentativo di rinnovamento, grazie a ritmiche lente, cupe e tonalità soffuse. Molto apprezzabili sono le linee melodiche espresse soprattutto nella vocalità del padre degli Arbouretum, che per quanto non presenti una timbrica troppo fuori dal comune, riesce a imporsi grazie alla sua perturbabilità inoppugnabile.
Segue le stesse prerogative la successiva “The Promise” che si esibisce molto più carica e potente, grazie al lavoro alle sei corde dello stesso Heumann e si amalgama col filone del revival folk-rock nel quale s’ inquadrano anche gli Okkervil River di Will Sheff. La caratteristica degli Arbouretum è tuttavia la necessità di soffocare le note sotto il peso di una psichedelia desertica e sabbiosa, tipica degli anni Sessanta e Settanta statunitensi e già qui tale occorrenza è manifesta.
“Oceans Don’t Sing” è invece una classica ballata country/folk, nella quale gran parte del palcoscenico è lasciato alle corde vocali di Heumann, che sembrano liquefarsi sotto una pioggia di stelle quando le chitarre iniziano un lamento western da brividi, prima del ritorno impotente del cantato nella parte conclusiva.

Non mancano elementi oscuri, quasi dark, come in “All At Once, The Turning Weather”, mentre torna la carica dello stoner in “World Split Open” sempre avvolta in una nuvola lisergica dal sapore retrò. “Easter Island” è uno dei momenti più traboccanti pathos dell’intero album. La formula è in linea di massima la stessa ma la ritmica insistente offerta da basso e pelli che cresce su un tappeto fatto di echi di chitarre e strepiti straziati e lacerati, più l’assenza totale del cantato, ne fanno uno dei passaggi più anomali, anche se non necessariamente originali, dell’intera proposta di “Coming Out Of The Fog”.
Alla title track sta il compito di chiudere l’opera, come in una sorta di sunto nel quale danzano le atmosfere folk e country, gocce di psichedelia, ritmiche slowcore mai smodatamente conturbanti e la rivelazione della presenza possente di Neil Young tra le influenze degli Arbouretum, già oggetto di sospetto nei brani precedenti (supposto che sia il loro primo lavoro ascoltato).

Come già anticipato, questo non è l’album della consacrazione, né quello della svolta compositiva e del rinnovamento della loro ispirazione artistica. È un ottimo disco se quello che si cerca sono canzoni eseguite alla perfezione, con una vocalità ricca di pathos e piena di languide note americane e chitarre distorte. Le incursioni di piano e tastiere, per quanto limitate, possono esacerbarne gli aspetti empatici, ma la delicatezza evocata in alcuni istanti non è mai ai livelli dello slowcore di Low o Red House Painters.
Cosi come la vigoria cercata attraverso le vie sabbiose dello stoner non raggiunge mai la robustezza dei Kyuss. “Coming Out Of The Fog” è una buonissima risposta a chi aveva dato gli Arbouretum finiti dopo “The Gathering”, ma è ancora troppo poco.

(07/03/2013)

  • Tracklist
  1. The Long Night
  2. Renouncer
  3. The Promise
  4. Oceans Don’t Sing
  5. All At Once, The Turning Weather
  6. World Split Open
  7. Easter Island
  8. Coming Out of the Fog


Arbouretum su OndaRock
Recensioni

ARBOURETUM

Let It All In

(2020 - Thrill Jockey)
Non si arresta l'evoluzione creativa del gruppo rock americano

ARBOURETUM

The Gathering

(2011 - Thrill Jockey)
Le trame hard psych-folk della compagine guidata da Dave Heumann

ARBOURETUM

Song Of The Pearl

(2009 - Thrill Jockey)

Sentieri selvaggi: la nuova frontiera folk-stoner della band di Baltimora

ARBOURETUM

Rites Of Uncovering

(2007 - Thrill Jockey)
L'esordio di Dave Heumann nel solco del cantautorato americano anni 90

Arbouretum on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.