Audacity

Butter Knife

2013 (Suicide Squeeze) | punk-pop, garage-rock

Ora che la polvere alzata dall’esordio dei Fidlar ha avuto modo di depositarsi al suolo, è inevitabile che un buon numero di epigoni (o presunti tali) sia disposto a fare carte false per un giro sulla stessa giostra. Non dovrebbe essere il caso degli Audacity, un quartetto di Fullerton che il verbo skate-punk lo predica da non meno di cinque anni e si è visto sorpassare all’improvviso dai pischelli losangelini nel suo personale terreno d’elezione. Surfisti come Ty Segall, genuinamente slacker come l’etichetta richiede, devoti a Descendents e Modern Lovers, i ragazzi della contea di Orange hanno speso la loro gavetta al fianco di personaggi ancora non troppo in vista ma pur sempre autorevoli in quello stesso contesto, dal folle Nobunny alle stelle power-pop Gentleman Jesse & His Man, e scottati per la scarsa attenzione ricevuta dal precedente “Mellow Cruisers” scelgono ora di giocarsi il tutto per tutto con il loro lavoro forse più ambizioso in assoluto. L’idea di affidare la produzione a uno dei Ras della Bay Area, la vecchia volpe Chris Woodhouse, dovrebbe dirla lunga in tal senso. La confezione di questo “Butter Knife” è infatti quanto mai curata, la vocazione al singalong si conferma esigenza prioritaria anche sulle sirene della bassa fedeltà (seguite alla cieca da tanti colleghi nel medesimo ambiente) mentre per rendere il tono da battaglia che il copione prevede si predilige un approccio che, al di là delle sonorità, è evidentemente pop, seppur ben camuffato.

Rombanti, immuni a qualsivoglia sovrastruttura concettuale, i giovani californiani dimostrano di essersi dedicati maggiormente alla formula e le loro chitarre appaiono più furbe che mai, sporche quanto basta ma senza eccedere in cattiveria. Rispetto all’esordio “Power Drowning” si sono ammorbiditi di quel tanto da arrivare a essere recensiti dai vari Pitchfork & Co., ma questo facendo attenzione a non sacrificare troppo della loro purezza (se così la si vuole chiamare) e delle loro attitudini. Per tornare al paragone obbligato, gli Audacity sono insomma meno caciaroni ma più scafati dei Fidlar, non necessariamente più ruffiani, e nella ricetta che propongono non vi è nulla di sorprendente anche se il mix di entusiasmo e indolenza funziona egregiamente anche nel loro caso: spigliati e mai troppo edulcorati come numerose compagini che impazzavano dalle loro parti venti o venticinque anni fa, la loro dedizione in quello che ha tutti i contorni dell’apostolato pare incontestabile. Non ci troveremo al cospetto dei nuovi Adolescents ma la band mostra di avere le carte in regola per dire la sua in maniera onesta (e abbastanza personale) e per fare breccia presso gli ascoltatori indulgenti. Tutti gli ingredienti – pose romantiche, voce roca, incroci elettrici, rincorse corali a perdifiato, finali rumorosi – sono molto ben dosati e si presentano quasi sempre al momento ideale (emblematica “Cold Rush”).

A parte quel paio di sveltine a isteria ponderata, che incrementano a piacimento il senso di beata confusione, lacerazioni e strappi restano una variabile tenuta sotto adeguato controllo: gli estremismi espressivi non sembrano infatti calzare granché bene a un manipolo di virgulti che propongono del semplice punk-pop e che non sono – per forza di cose – i Cheater Slicks, ma all’occorrenza riescono tonici e muscolari lo stesso. Taglienti pur suonando dolciastri, gli Audacity imbroccano la giusta via di mezzo tra uno scapestrato garage-punk e certi cliché dell’alternative anni 90 da heavy rotation su Mtv: il chitarrismo sfavillante riporta alla mente anche squadriglie più navigate, una per tutte quella di Ted Leo e dei suoi farmacisti, ma nei (non rari) frangenti bonari e zuccherini si sprecano anche i paralleli con i primi Weezer.
Certo il tutto è poi condito da un’indole che non potrebbe essere più moderna. Al posto della cheap beer fidleriana fa capolino un vinello rosso non meno scrauso, evidentemente, per uno degli episodi più illuminanti della raccolta (“Red Wine” per l’appunto), marchiato a fuoco dal disincanto di questi anni ma facendo trasparire un tono generale che è tutt’altro che di resa. Per non farsi mancare nulla, nel congedo i quattro californiani si ammantano di una sottile polvere psichedelica, con le tonalità virate al rancido di un’istantanea che fa tanto tardi sixties, dominata dal pianoforte. Il loro "autunno" non cede però al crepuscolo di un sole ormai spento perché in chiusura la canzone si rianima, come a voler denunciare la precedente parentesi di finzione.

Caotici e insieme ordinati, buoni per eventuali sdoganamenti ma nel contempo protetti dalle dovute cautele, così da non scontentare i puristi: in questa necessità di perenne compromesso risiede il grosso rischio di un album che ha comunque il merito, innegabile, di svolgere adeguatamente tutti i compiti che si è prefissato. E se son rose, anche per gli Audacity, non potranno che fiorire.

(15/12/2013)

  • Tracklist
  1. Couldn't Hold A Candle
  2. Pigs
  3. Hole In The Sky
  4. Cold Rush
  5. Tell Yourself
  6. Rooster
  7. Pick Slide
  8. Onomatopoeia
  9. Watered Down
  10. Red Wine
  11. Crying In The Limelight
  12. Dancing Under Soft Light
  13. Autumn
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