Circus Devils

When Machines Attack

2013 (Happy Jack) | indie-rock, garage-psych, lo-fi

Nella sterminata galassia delle animazioni pollardiane, i Circus Devils sono sempre stati – programmaticamente – un mondo a parte. Fondata nel 2001 per iniziativa del cantante, spalleggiato per l’occasione dai fidati fratelli Tim e Todd Tobias, la band doveva rappresentare nelle intenzioni la principale valvola di sfogo nonché la più radicale deviazione estetica rispetto agli standard del progetto principe. Non una realtà collaterale tra le tante, quindi, bensì una creatura musicale dotata di vita propria, cui demandare in esclusiva le pulsioni più eccentriche e per molti versi estreme del proprio corredo di musicisti. I dodici anni di attività, conditi da altrettante pubblicazioni sulla lunga distanza, avvalorano l’importanza attribuita dal vecchio Bob a questa particolare collaborazione, ideale vetrina per le eccedenze di una weirdness che alla navigata canaglia dell’indie-rock statunitense non ha mai fatto difetto. Evidentemente tutt’altro che sazio, a fine ottobre il gruppo ha licenziato due album di inediti in un solo giorno, dischi gemelli eterozigoti accomunati dalla forte inclinazione concettuale: uno improntato su atmosfere dreamy rigorosamente deviate, l’appena passabile “My Mind Has Seen The White Trick”; l’altro, concepito nella forma di un incubo folle, è invece quello di cui si intende parlare qui.

Introdotto e concluso da una coppia di scurissimi spoken word a mo’ di cornice affabulatoria (in realtà assai poco credibile), “When Machines Attack” cerca lo scontro aperto con il fruitore sin dall’indigesto refrain di “You’re Not A Police Car”, brano che sarebbe riduttivo definire macchinoso, o appesantito oltre misura. Manca la lucidità. Oppure al contrario ce n’è fin troppa, e a prevalere è una maniera studiata che sa di inequivocabile presa in giro. Sonorità fosche, torve, per lo più acustiche, decorano una scrittura tenuta di proposito a uno stato embrionale, miscellanea di effettacci assemblati peraltro senza un briciolo di convinzione. Siamo di fatto al cospetto del Pollard più lunare e lunatico, introverso, gratuito e abbruttito sino al parossismo nei suoi grossolani cortocircuiti formali. In un prolungato spaccato minimalista, tanto inatteso quanto sinistro, si avvicendano senza sosta mugugni, ticchettii, rumori di fondo stranianti, campionamenti grotteschi e vocalismi ubriachi (“Blood Dummies”), tappezzeria di scarto, mozziconi di riff accompagnati a sciatti tribalismi e pose giovanilistiche che tendono al ridicolo, non si sa fino a che punto involontario (“Craftwork Man”). Una rassegna di creazioni a dir poco sconclusionate, autentica galleria di orrori senza mordente in perfetto Pollard-style e pastiche simil-dada privo della benché minima dignità artistica.

La negazione di qualsivoglia accomodamento espressivo e la pretesa di una devozione incondizionata alle capricciose elucubrazioni del songwriter americano, specie in scenari a tal punto catatonici e indecifrabili, finisce per indisporre ben presto anche i più pazienti tra gli sventurati curiosi in ascolto. In una raccolta di diciannove brani, qualche soluzione interessante è poi sempre possibile coglierla. Le docili ma disturbate tentazioni cameristiche di “We’re Going Inside The Head (Of A Winner)”, ad esempio, folgorate all’improvviso sulla via di Dayton; o il subisso di percussioni e fuzz al calor bianco che in “Idiot Tree” fanno da sfondo a uno dei pochi numeri vocali sensati del lotto; o anche il bozzetto acre, minaccioso e irregolare di “Johhny Dart”. Tiepidi brandelli dell’estro cencioso del loro autore, qui pure spuntato come non mai. Sprazzi della sua vena arrembante si fanno sentire giusto nell’episodio che presta il titolo all’opera e che, delle sue doti migliori, replica più che altro gli schematismi, un’ossatura statica e spoglia che gioca in aperta azione di disturbo. L’impressione è quella di un rottame di automobile menomato nella carrozzeria, senza più gomme su cui sfrecciare e senza una goccia di benzina: la copertina – forse inconsapevolmente, forse no – si candida così a diventare il dettaglio in assoluto più sincero dell’intero disco.

Neanche una delle tipiche miniature elettroacustiche bruciate dal sole di cui è zeppo il repertorio Guided By Voices (“Wizard Hat Lost In The Stars”) basta a risollevare le sorti di un album tanto sgraziato e disgraziato. A imporsi è un atteggiamento pretenzioso ben oltre i limiti tollerabili, dove anche la poetica dei collage frammentari pare rinunciare in partenza alla sua entusiastica vitalità per ridursi a un vuoto esercizio di stile, ruffiano, sconcertante, perfino un po’ triste. Quanto a simbolismi allucinati e opzioni rumorose si resta nell’ambito dell’ordinaria amministrazione, animata da un’inquietudine mai davvero plausibile. Nei frangenti meno apocalittici (per così dire), nelle battute conclusive soprattutto, si è in un certo senso rassicurati. Non impressionati, quello mai. Nemmeno tra le pieghe narcotiche di “The Horrified Flower”, passaggio del tutto fuori luogo in una collezione ostentatamente naif come “When Machines Attack” ma, per converso, discreto promemoria delle buone facoltà incantatorie del Pollard più ispirato. Che non abita però in questo album scostante, acceso (a intermittenza) solo dal dinamismo opportunista delle sue esasperazioni. Alle buone idee sono preferite provocazioni in serie di dubbia efficacia, e il buco nell’acqua è pressoché inevitabile.
Peggior disco del vecchio Bob per il 2013, ex aequo con il pessimo esordio degli inutili Teenage Guitar.

(18/01/2014)

  • Tracklist
  1. Beyond the Sky
  2. You're Not a Police Car
  3. Bad Earthman
  4. Idiot Tree
  5. Arrival at Low Volume Submarine
  6. Craftwork Man
  7. Blood Dummies
  8. When Machines Attack
  9. Wizard Hat Lost in the Stars
  10. Johnny Dart
  11. We're Going Inside the Head (Of A Winner)
  12. Brain of the Iron Fist
  13. Let Us Walk With Monsters
  14. The Horrified Flower
  15. Doberman Wasps
  16. The Lamb Gets Even
  17. Centerverse
  18. We Shall Soon Discover
  19. Beyond The Sky (reprise)
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