La vita è una bugia, e come tale deve essere presa.”
Gli MGMT, a tre anni da “Congratulations“, pubblicano l’omonimo lavoro registrato tra le sale dei Tarbox Road Studios di Dave Fridmann (Tame Impala, The Flaming Lips, OK Go) e le frigide terre islandesi – dove Andrew si è tappato come un roditore in cerca del formaggio immaginifico – per circa un annetto, un annetto e mezzo. I “fratelli” si sono improvvisati artisti dei Settanta nell’era digitale, sperimentando, compulsivamente ricercando fino a giungere a questo taglia e incolla, uno strappa e cuci da laboratorio: lunghe improvvisazioni in sala di registrazione, estese sessioni di elaborazione e ricerca sui quei concentrati melodici più vicini a ciò che può essere inteso come forma-canzone.
Prendi “A Good Sadness”: la totale anonimia di note passeggere di metà percorso permette ai due del Connecticut di inscatolare un formato tangibile di canzone e un minutaggio furbescamente consono a un orecchio del nuovo millennio; un’elettronica del lato oscuro che accusa colui che non vuole abusare della lisergia e che, come tale, non si capacita delle difficoltà nel saperla assaporare appieno. Sulla linea l’astrale “Astro-Mancy”, allo stesso modo universalmente luminosa di stelle e meteoriti radenti, un suolo popolato di aborigeni impilati in una bottiglia, dalla quale ci si abbevera di tamburi e voci nasali e, sul finire della galassia, la chiusura di “I Love You Too, Death”, tendenzialmente ansiogena nel tintinnare i suoni di passaggio tra la vita e la morte.
Poi, un bambino di nove anni introduce la psichedelia di “MGMT” nell’apertura sognante di “Alien Days”, a metà tra autocitazionismo (“The Handshake” di “Oracular Spectacular“) e il Bowie di “The Rise And Fall Of Ziggy Stardust“, seguita dalla tribale e bollosa “Cool Song n°2”, incisa tra i morsi velenosi di serpenti chetaminici e le sale dei Regent Studios della Londra anni 60; la morbosa marcetta di “Introspection” è uno scherzo sulla fiducia, pescato nei campi di erba pipa dei Faine Jade, band “figlia dei fiori” dell’East Coast, Long Island, coverizzata pari all’originale e profetica nel citare: “Why all the prophets lied?”.
I rimasugli di “Congratulations” s’assaggiano diffidenti in “Mistery Disease”, una malattia incompresa, un mistero di un amico non ancora celato, che monta dentro luccichii gotici à-la Tim Burton e fresate odontoiatriche di tastiera.
Here’s the deal/ Open your eyes/ Your life is a lie
Don’t say a word / I’ll tell you why/ You’re living a lie
La vita è un esperimento, così va presa. Certe volte le pozioni funzionano, molte volte esplodono. Nell’ultima degli MGMT si specchia questa recensione: confusionariamente ordinata, strutturalmente discordante, dai contenuti sfocati e talvolta incompresi, contenitore caldo di mille ingredienti con l’assenza illustre di quello fondamentale, l’idea.
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17/09/2013