Se David Bowie ti sceglie per interpretare il proprio alter-ego Thomas Jerome Newton in “Lazarus”, il musical séguito de “L’uomo che cadde sulla Terra”, è lecito aspettarsi da te grandi cose. Ma per chi conosce la carriera a Broadway di Michael C. Hall non è una sorpresa. Ci ha mai tradito? È persino riuscito, ballando, a salvare almeno una scena di quella ciofeca di Gamer…
Bollare però i Princess Goes come “la band dell’attore di Dexter” sarebbe davvero ingiusto. Matt Katz-Bohen (tastiere e chitarra già con Debbie Harry e i Blondie) e Peter Yanowitz (basso e batteria per i Wallflowers) hanno contribuito sensibilmente a perfezionare lo stile eccentrico e schizofrenico del trio newyorchese. Se giocassimo a definirlo, azzarderemmo un art new wave shoegaze synth-freak. Per dire, un po’ TV On The Radio e un po’ AIR, un po’ Depeche Mode e un po’ Editors periodo “Papillon”, insieme a qualche eco del lavoro di John Foxx con i Maths. Il cantato è ora grotesque–crooner alla Frank-N-Furter ora glam alla Ziggy, ça va sans dire.
Siamo dunque di fronte a un imponente electro–Frankenstein che si porta dietro tutto un repertorio da melodramma, alleggerito però da una buona dose di auto-ironia e un istrionico spirito indie. Un approccio che alla loro quarta prova non teme la dismisura; ben confezionato è anzi animato da una certa invidiabile credibilità.
Gli sperticati lirisimi di “Heart 2 Heart” e “Stranger” si imbizzarriscono a elastico fra elettronici wall of sound svalvolati e chitarre iper-sature alla Reeves Gabrels. “French Kiss” si ritaglia uno spazio stroboscopico discomusic da strizzare l’occhio alla quarta età di Madonna. L’art-pop di “Sincere Chroma” e “Good Morning”, avvolto da riverberi cosmici, si dilata verso infinite dolcezze. Le atmosfere languide e notturne di “Fall Chroma”, “Skin Suit” e “Be Heavy” ci restituiscono tutta la forza espressiva e interpretativa della voce di Michael C. Hall. Come “Polaroid”, che cresce da un melanconico pianoforte fino a un tripudio di synth e chitarre distorte tutto luci e glitter.
Sono brani ipertrofici, stravaganti, esibiti con il pathòs del musical, tra pose e sapienti puntamenti d’americana (“Snaggletooth”, “Walking in Soho”). Il proscenio è invaso dall’evidente piacere che hanno di condividersi. Come nei precedenti “Come of Age” e “Thanks For Coming”, alcune soluzioni particolarmente ispirate sono in grado di regalare momenti di autentica esaltazione.
“3” è un disco che ribadisce quanto sia soddisfacente sospendere la propria incredulità. Ogni sua più tenue luce è la possibilità di una ribalta verso la quale lanciarsi senza paura, reticenza o vergogna. Un salto verso l’infinito, accecati dai seguipersona, sostenuti dalla carrucola dei propri esagerati spassionati amori. C’è chi potrebbe dirlo pacchiano, può darsi, però ci si diverte parecchio come ai tempi degli Human League.
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07/11/2026