Un retrogusto particolarmente amabile e malinconico. Questo ti lascia l’ascolto dell’opera numero tre targata The Moondoggies. Quattordici brani di chiaro e genuino folk-rock e americana con pochissime variazioni sul tema, non tanto nella quantità quanto nell’intensità; ma anche diverse melodie singolari e qualche riecheggiamento anni novanta che suona da Dio dentro la tracklist. Dopo l’ottimo esordio di cinque anni fa con “Don't Be A Stranger” e il susseguente “Tidelands” del 2010, Kevin Murphy (voce e chitarra), Carl Dahlen (batteria), Caleb Quick (tastiere) e Robert Terreberry (basso) ci avevano mollato con la dolce promessa folk dell’Ep Daytrotter Session del 2011. E oggi eccoli a tenere fede a quella parola data con un album che non tradisce le speranze degli amanti del folklore nordamericano di nuovo millennio, senza regalare nulla a chi, evidentemente con molta ingenuità, si aspettava chissà quali innovazioni nella loro musica.
L’album è una continua altalena di emozioni amabili e brillanti, d’inquietudine rabbiosa e sabbiosa e speranze notturne. Tutto questo grazie a un uso eccelso della materia folk e americana, che viene dosata e proposta in tutte le sue salse, sia nei suoi aspetti più armoniosi sia in quelli più brutali. La voce di Kevin Murphy, per quanto particolarmente semplice e lineare, possiede un timbro che trovo spettacolarmente empatico anche se non certo fuori dal comune e riesce a rendere perfettamente l’idea di coinvolgimento emotivo che sta dietro ai testi ora struggenti, ora più sprezzanti.
Se, come detto, le alterazioni soniche sono sempre poste in secondo piano rispetto alla materia prima, comunque queste non mancano e, a un ascolto vigile, riveleranno chiavi di lettura insolite e di sicuro fascino. Ad esempio, prestando attenzione ad alcuni brani (“Arnie Turn Out The Lights”) viene quasi spontaneo l’accostamento con i padri del grunge, i Nirvana, e a quel punto non sembrerà un caso, il fatto che i Moondoggies siano una band di Seattle, proprio la città del grunge, anche se Kurt e soci venivano da altre strade. Meno stimolante è l’aspetto quasi totalmente strumentale che, nell’album, è evidenziato solo nell’intro (“I’m A Ghost”) e nella conclusione (“Adios, I’m A Ghost”) pre-bonus track (“Roll Away” e “Grievind Kind”, presenti nella versione Lp download/digital), entrambi sotto i trenta secondi mentre uno dei punti di forza è costituito dagli accenni slowcore miscelati al folk-blues (“Start Me Over”, “A Lot To Give”, “Roll Away”) che regalano situazioni tenebrose, tormentate, fosche e quasi gotiche in stile Black Heart Procession.
È tuttavia sempre il folk a fare da padrone assoluto della scena, sia nelle sue vesti più leggere, enfatiche, vitali ed esuberanti quasi alla maniera dei concittadini Fleet Foxes (“Midnight Owl”, “Grievind Kind”) e sia in quelle più classiche, a momenti epiche, una trama perfetta che intreccia determinazione, sfrontatezza e impeto a metà tra Bruce Springsteen e Lynyrd Skynyrd (“Don’t Ask Why”). Questa potenza folkeggiante, ovviamente richiede soste di pura e semplice americana (“Pride”, “Stop Signs”) di scuola Cash o Bonnie “Prince” Billy per potersi caricare di tutta l’energia necessaria ma non si pensi a break annoiati e tregue scarsamente ritmate. Nel loro equilibrio e nel loro classicismo si tradiranno alcuni dei passaggi più prelibati, ben più di quelli nei quali i Moondoggies fanno trasparire una forzata necessità di modernismo, sia in chiave indie-rock (“One More Chance”) e sia in chiave pop (“Back To Beginning”).
I Moondoggies, dunque, non riescono mai a essere nuovi davvero e quando provano a suonare più vicini al presente e al suo pubblico appaiono come caricature mal riuscite di loro contemporanei più noti. Se proprio non ci sono idee nuove, meglio continuare sulla strada del folk, una via spinosa, calda di vento scarlatto che sembra soffiare direttamente dal sole che si staglia grosso all’orizzonte. Una via piena di sabbia sanguigna che soffoca solo le gole d’incauti stranieri, ma protegge l’anima dei suoi uomini come appunto Kevin, Carl, Caleb e Robert.