Esattamente a metà del 2012 avevamo parlato dei Redrum Alone, duo barese che mettendosi nel bagaglio il vocoder e qualche dei
Daft Punk, l'amore per le macchine analogiche, la carica della migliore
robot-tronica post-wave e qualche memoria dei primi
Subsonica e soprattutto dei Motel Connection si era affacciato promettendo di fare faville. Nel giro di poco più di un anno, il pronostico è riuscito ad avverarsi con sorprendente rapidità, tanto che qualche giorno fa ce li siamo ritrovati a Milano, dal nulla, ad animare un Magnolia forse un po' vuoto per un venerdì gratuito, ma decisamente colpito dalla loro coinvolgente miscela mantrico-danzereccia.
La lente di ingrandimento dei recuperi datati 2013 è tornata così a porsi sul disco di remix che aveva seguito a fine autunno l'uscita dell'ottimo “
De Redrum Natura”, proposto in versione ancor più
danzereccia da una manciata di firme emergenti in gran parte provenienti dal sottobosco elettronico italiano. Una scelta decisamente
low profile nonché un'ottima opportunità concessa da quella che rischia di essere nel giro di qualche mese una delle autentiche “big thing” del Belpaese. Sotto i ferri finisce dunque una selezione di brani provenienti dall'album di debutto del duo, che finisce in realtà per escludere le sole “Midnight”, “Emilia Paranoica”, “Redrum Alone” e, mancanza non da poco, l'ottima “She's Lost Control”.
Non sono pochi i nomi nuovi a mettersi in mostra per la prima volta nelle vesti di
remixer: è il caso di Marco Connelli, titolare del curioso progetto di (autodefinita)
elettro-toilette music Il Leprotto, che mette mano a “OniricAct Part 3” senza a dire il vero stupire più di tanto; del più interessante Daniele Uggetti, in arte Digitalica, che spinge vortici di elettroni e battiti sferraglianti sulla splendida “RevolutionAir”; dei misteriosi Mars Solar, che stendono un tappeto di luci limpide e intermittenti sull'altrettanto bella
cyberballad “Remote”; o ancora i Noize Clash, che recuperano di nuovo “OniricAct Part 3” trasformandola in un estratto mancato di “Electric Café” dei
Kraftwerk.
La parade dei nomi in grado di lasciare il segno vede invece in testa il talentuoso Digi G'Alessio – l'uomo del
footwork in Italia – che sembra suonare “User Interface” per le strade di Londra con
Traxman a ballare sul
dancefloor, seguito dagli ottimi Bicycle Beat (impegnati nel rendere giocosa e frizzante “Remote) e dei folgoranti A Copy For Collapse, la cui “Enola Murder” è una cavalcata iperspaziale da capogiro autentico nonché sicuramente il remix più riuscito della collezione. Altrettanto da tenere d'occhio i due Clones Theory, che in “No Guitars Were Harmed In Making These Tracks” si avvicinano a
Jon Hopkins senza rubarne l'identità.
A Steven Smirney e alla sua interpretazione di “User Interface” spetta infine il compito di rappresentare metà della faccia
clubbing con una space-techno al retrogusto acido, presto costretta a far battaglia con la
sophisti-house dei Tonsystem Klangkunst, berlinesi mancati già dal nome. Il tutto a chiusura di una collezione di
rework equamente divisa fra alti interessanti e bassi nel peggiore dei casi innocui, in grado di offrire un'interessante prospettiva alternativa d'ascolto a “De Redrum Natura” e di mettere in luce potenziali protagonisti di un ipotetico
made in Italy elettronico. Proprio mentre nel frattempo i Redrum Alone proseguono passo dopo passo la loro ascesa.