Tomahawk

Oddfellows

2013 (Ipecac) | rock-blues, crossover

Ne parlavamo già da tempo di questo ritorno dei Tomahawk di Mike Patton a distanza di sei anni dal precedente "Anonymous" (Ipecac, 2007). La domanda sostanziale che ci ponevamo tutti era se una delle band più promettenti del panorama americano e sulla quale si era puntato con decisione nei primi anni del nuovo millennio avesse ancora frecce al proprio arco o avesse intrapreso senza pensarci due volte la strada della mediocrità iniziata con il deludente album del giugno 2007.

Dopo il buon esordio omonimo del 2001, dopo il bis del 2003 con "Mit Gas" e la consacrazione con alcuni dei live più infuocati di sempre (in grado i riunire sullo stesso palco componenti dei Melvins, dei Jesus Lizard, degli Helmet, sotto la regia di Mr. Patton ovviamente), dalla band californiana ed ennesimo progetto parallelo dell'eclettico Mike si attendeva una conferma o una smentita rispetto a quel claudicante disco che sei anni fa fece definire da qualcuno i Tomahawk come "mera strategia del super-gruppo, per il quale è difficile immaginare ascoltatori al di fuori della cerchia dei fan" - firmato Jason Crock.

Con "Oddfellows" giunge puntuale la conferma di un disco che vuole saltare il fosso. Si tratta di un lavoro vario, diretto, pulito e che non perde quasi mai un colpo, brano dopo brano, ma che ha perso per strada l'impeto psicotico di brani come "God Hates A Coward". Non a caso Kevin Rutmanis, bassista della formazione originale, ha lasciato il posto a Trevor Dunn - ex-Mr. Bungle con Patton, talentuoso turnista qui e lì e prezzemolino in un altro progetto part-time, i Melvins Lite di King Buzzo. In compenso, la produzione artistica è stata affidata a Collin Dupuis, guru dietro i successi dei pluripremiati Black Keys. Ne sarà valsa la pena?

A livello commerciale di sicuro. Basta vedere con quanto entusiasmo ci si siano protratti i solerti redattori di riviste patinate sul nuovo capitolo della saga. Sul piano artistico, invece, resta più di un dubbio. La title track apre le danze, lasciando capire subito cosa ci si aspetta: tempi incalzanti, polveroso rock desertico, congiunzioni astrali tra soul primigeno e blues del Delta. Non ci fosse Mike Patton dietro al microfono e come maestro burattinaio, sebrerebbero i Black Keys con la luna storta. Così sembrano gli Alice In Chains in stato di grazia. Grande, in questo senso, il suo lavoro che arricchisce il sound complessivo di accenni à-la Mad Season ma con loop, beat e scratch azzeccati.

Ma è il pastiche rock'n'roll a colpire. Ce n'è per tutti. Se così per "South Paw" e "Stone Letter" vale quanto detto per la title track, dall'umore anthemico di "White Hats/Black Hats" alle colonne sonore più o meno funkeggianti ("Rise Up Dirty Waters", "Typhoon") ai rimandi agli ultimi Faith No More ("The Quiet Few") o ai primi Fantomas ("Choke Neck"), non manca proprio nulla. C'è persino un ammiccamento certa melodia totalmente fine a sè stessa ("I.O.U." si dimentica presto; "Baby Let's Play____" e "A Thousand Eyes" poco più avanti).
E' tutto molto simpatico, ma di sostanziale si nota ben poco. Alla produzione ci sarà anche uno dei  migliori tecnici attualmente in circolazione, ma Mike Patton che gioca a fare il catchy della situazione alla fine dà ai nervi almeno quanto Nanni Moretti che gioca a fare il regista neorealista d'appendice ne "La stanza del figlio".

(07/02/2013)

  • Tracklist
  1. Oddfellows
  2. Stone Letter”
  3. I.O.U.
  4. White Hats/Black Hats
  5. A Thousand Eyes
  6. Rise Up Dirty Waters
  7. The Quiet Few
  8. I Can Almost See Them
  9. South Paw
  10. Choke Neck
  11. Waratorium
  12. Baby Let’s Play____
  13. Typhoon


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