Pirotecniche capacità strumentali ad uso di un materiale linguistico inconfondibilmente e arcaicamente ebraico, delle diaspore sefardita e askhenazita. Il combo Abraxas si plasma in quest’essenziale descrizione. Composizioni che trasportano nella contemporaneità un mondo antichissimo, di radicali coerenza e personalità. Shanir Blumenkranz, polistrumentista che predilige il cimbri, lo ha formato insieme a due virtuosi della chitarra, l’israeliano Eyal Maoz e l’americano di origine armena Aram Bajakian, unitamente al batterista Kenny Grohowski, strumentista di raffinata e vigorosa propulsività.
Capacità e suoni che spingono la forza espressiva di tali arcane melodie ancora più oltre, immergendole nella ribollente contemporaneità del melting pot newyorkese. Il cimbri si diceva, conosciuto anche come sintir o gambri. Strumento a corde pizzicate della tradizione musicale dei popoli Gnawa. Nomadi che hanno sempre vissuto a cavallo degli stati del Nordafrica, che hanno preso quello strumento dalle tribù originarie della Guinea. Tre corde che il nostro ha portato dovunque nelle sue infinite collaborazioni/apparizioni musicali. Da Christina Courtin a Pitom, da Jamie Shaft a Basya Schechter. Il quartetto orchestrato da Blumenkranz in questo lavoro è colmo di sensibilità distoniche, equilibri che si rompono, caleidoscopici cromatismi che divengono monocolore. “Nachmiel”, l’apertura, è una sorta di King Crimson che cozza contro lisergiche nenie del deserto, con un crossover che pare spurio ma che diviene corpo unico nella coda del brano. E poi “Maspiel”, claudicante nell’avvio, quasi silente, ma che cresce mano mano grazie ad alcuni interstizi dei migliori Napalm Death che incrociano il dub. Ancora, la sintesi solenne di “Bithza”, a ricordare i suoni copiosamente silenti di Silver Mt. Zion e Godspeed You! Black Emperor.
Segue “Tse’An”, come se i Led Zeppelin avessero creato il loro genio musicale nelle carovane tuareg del deserto; continui break hard ne sono la connotazione. In chiusura, la perizia strumentale innegabile di “Muriel”, con i canti della tradizione orale degli ebrei dell’Est che si incendiano con chitarre prog di re cremisi e il kraut-rock più radicale.
Indubbiamente uno stile influenzato, marchiato a fuoco, dalle vampe piroclastiche del jazz (!?) d’avanguardia di Brooklin/Tzadik. Con la sua galassia scomposta di collaboratori, turnisti, amici e sodali, tutti volti a decomporre note e musiche. Chitarre minimali che Blumenkranz ha imparato a rendere armi da guerra nelle sue collaborazioni con Jon Madof dei Rashanim e Koby Israelite, le due coordinate che maggiormente influenzano il suono di Abraxas. Con il risultato di un calderone inusitato, dove traditional e standard della liturgia religiosa (sì, anche quella ma con un taglio da confraternite sufi: aperto e radicale) vengono terremotati di indolenza klez, risacche di fraseggi prog e schizzi virulenti di noise al rallentatore. Una omogenea discrasia.
12/04/2014