ABRAXAS - Book Of Angels (ristampa)

2014 (Tzadik)
avant-jazz

Pirotecniche capacità strumentali ad uso di un materiale linguistico inconfondibilmente e arcaicamente ebraico, delle diaspore sefardita e askhenazita. Il combo Abraxas si plasma in quest’essenziale descrizione. Composizioni che trasportano nella contemporaneità un mondo antichissimo, di radicali coerenza e personalità. Shanir Blumenkranz, polistrumentista che predilige il cimbri, lo ha formato insieme a due virtuosi della chitarra, l’israeliano Eyal Maoz e l’americano di origine armena Aram Bajakian, unitamente al batterista Kenny Grohowski, strumentista di raffinata e vigorosa propulsività.

Capacità e suoni che spingono la forza espressiva di tali arcane melodie ancora più oltre, immergendole nella ribollente contemporaneità del melting pot newyorkese. Il cimbri si diceva, conosciuto anche come sintir o gambri. Strumento a corde pizzicate della tradizione musicale dei popoli Gnawa. Nomadi che hanno sempre vissuto a cavallo degli stati del Nordafrica, che hanno preso quello strumento dalle tribù originarie della Guinea. Tre corde che il nostro ha portato dovunque nelle sue infinite collaborazioni/apparizioni musicali. Da Christina Courtin a Pitom, da Jamie Shaft a Basya Schechter. Il quartetto orchestrato da Blumenkranz in questo lavoro è colmo di sensibilità distoniche, equilibri che si rompono, caleidoscopici cromatismi che divengono monocolore. “Nachmiel”, l’apertura, è una sorta di King Crimson che cozza contro lisergiche nenie del deserto, con un crossover che pare spurio ma che diviene corpo unico nella coda del brano. E poi “Maspiel”, claudicante nell’avvio, quasi silente, ma che cresce mano mano grazie ad alcuni interstizi dei migliori Napalm Death che incrociano il dub. Ancora, la sintesi solenne di “Bithza”, a ricordare i suoni copiosamente silenti di Silver Mt. Zion e Godspeed You! Black Emperor.

Segue “Tse’An”, come se i Led Zeppelin avessero creato il loro genio musicale nelle carovane tuareg del deserto; continui break hard ne sono la connotazione. In chiusura, la perizia strumentale innegabile di “Muriel”, con i canti della tradizione orale degli ebrei dell’Est che si incendiano con chitarre prog di re cremisi e il kraut-rock più radicale.

Indubbiamente uno stile influenzato, marchiato a fuoco, dalle vampe piroclastiche del jazz (!?) d’avanguardia di Brooklin/Tzadik. Con la sua galassia scomposta di collaboratori, turnisti, amici e sodali, tutti volti a decomporre note e musiche. Chitarre minimali che Blumenkranz ha imparato a rendere armi da guerra nelle sue collaborazioni con Jon Madof dei Rashanim e Koby Israelite, le due coordinate che maggiormente influenzano il suono di Abraxas. Con il risultato di un calderone inusitato, dove traditional e standard della liturgia religiosa (sì, anche quella ma con un taglio da confraternite sufi: aperto e radicale) vengono terremotati di indolenza klez, risacche di fraseggi prog e schizzi virulenti di noise al rallentatore. Una omogenea discrasia.

12/04/2014

Tracklist

  1. 1. Domos
  2. 2. Tse'an
  3. 3. Nachmiel
  4. 4. Yaasriel
  5. 5. Muriel
  6. 6. Maspiel
  7. 7. Aupiel
  8. 8. Nahuriel
  9. 9. Biztha
  10. 10. Zaphiel