Lucius

Wildewoman

2014 (Pias) | art-pop

Non si può certo dire che non se la siano presa comoda, i Lucius.
Quasi sei anni di progressivo affinamento, per arrivare a regalarsi solo a fine 2013 il piacere di un esordio in bello stile sulla lunga distanza, non faranno di loro un fenomeno di prolificità e slancio, ma le benedizioni con cui il New York Times ha accolto “Wildewoman” sono il giusto riconoscimento per la certosina qualità artigiana del loro lavoro. La prima tardiva pubblicazione europea, merito della Pias, è storia di appena un paio di settimane fa e dovrebbe rimediare alla lungaggine, facendo conoscere anche dalle nostre parti uno dei nomi nuovi più interessanti dell’indie-pop statunitense.

Opportunamente fiancheggiato dall’equivoca e coloratissima copertina di Evelyne Axell, pittrice di punta per la pop art europea di cinquant’anni fa, il disco si presenta con un abbrivio di quelli scoppiettanti, un uno-due perfetto nel rielaborare (con preziose cromature synth-pop) un’anima sonora di matrice più schiettamente folk. Le sofisticazioni vivacizzano, ma è soprattutto la leggiadria svolazzante delle vocalist Jess Wolfe e Holly Laessig a garantire una marcia in più a questa proposta, tra moderate reminescenze anni Ottanta (Cyndi Lauper) e una vena squillante in linea con i vezzi catchy del presente. Ed eccola subito, a stretto giro di posta, quell’ossatura traditional di cui si diceva, particolarmente evidente nei solchi di “Go Home”. Riporta in zona First Aid Kit con la sua sublime pulizia, con la fragrante essenzialità di un classicismo rivisitato nella maniera meno invasiva possibile, nel rispetto della sobrietà Americana dei modelli. Il risultato è particolarmente fresco.

In patria ci hanno letto la versione aggiornata e corretta di un tipico girl group à-la Supremes (si ascolti in proposito la title track). Se l’inclinazione al modernariato resta effettivamente un dato cruciale nell’economia di queste formule variopinte, è altresì vero che i Lucius dimostrano di poter vantare doti ben più ricche e complesse di chi si limiti a qualche sterile esercizio di stile e a un suono vintage in odore di filologia. L’assolo decadente che chiude “Don’t Just Sit There” può valere come prova. Meglio ancora i vertiginosi eclettismi corali della più rombante e levigata “Hey, Doreen”, che svelano curiose corrispondenze con l’ultima pregevole fatica della meravigliosa Nanna “Oh Land” Fabricius. Prospettiva, questa, che non cambia di molto fino al termine anche se, nel frattempo, l’elegante easy-listening del quintetto si premura di rilasciare ulteriori carezzevoli essenze, dai Camera Obscura (poco) alle Haim (abbastanza), senza mai adagiarsi in una forma fatta.

“Tempest” è il passaggio che estenua forse più di ogni altro la delicatezza nella dotazione della band, per poi ammantarsi di tenui impressioni folktroniche. La materia espone il collettivo newyorkese a più di un rischio, ma la miscela appare comunque opportunamente bilanciata, e l’enfasi non viene mai tacitata pur restando una variabile tenuta sotto stretto controllo: è’ per questo che i Lucius riescono a suonare aulici ma nient’affatto stucchevoli. E non solo nella piccola gemma a cappella di “Monsters”, che torna a pescare con gusto squisito dai sixties più fascinosi e cantilenanti, dando diversi punti anche ai celebrati Nouvelle Vague. In un clima sempre tendenzialmente frizzantino, le parche manipolazioni sintetiche non hanno modo di adulterare gli aromi né di intaccare il contagioso entusiasmo del gruppo. Le moderate suggestioni archandroidi di “Nothing Ordinary” danno ulteriore sapore al pop mutante di questa bizzarra creatura musicale, formidabile soprattutto per le animazioni decorative che le voci femminili disegnano con il dovuto trasporto. Un bel contrasto, a conti fatti, con la susseguente “Two Of Us On The Run”, secondo episodio frugale (o, per così dire, “analogico”) a caccia di una genuina trasparenza non meno accattivante.

La compagine nordamericana si rivela quindi perfettamente a suo agio nei più svariati indirizzi espressivi, alla maniera dei migliori Mice Parade e – perché no? – degli ultimi calorosissimi Mùm, davvero deliziosa con poco. In un album che prova a celebrare il passato con vivacità e riverenza, il congedo funziona non meno egregiamente, con le chitarre chiamate a scortare le due chanteuses senza rubare loro la scena nell’ultima rutilante (ma non pacchiana) parata.
Una chiusura del cerchio che, almeno in parte, sa anche di quadratura.

(16/04/2014)

  • Tracklist
  1. Wildewoman
  2. Turn It Around
  3. Go Home
  4. Hey, Doreen
  5. Tempest
  6. Nothing Ordinary
  7. Two Of Us on the Run
  8. Until We Get There
  9. Don't Just Sit There
  10. Monsters
  11. How Loud Your Heart Gets




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