Mice Parade

What It Means To Be Left-Handed

2010 (Fat Cat) | alt-pop-rock

L'incompletezza come forma d'arte. È da questa prospettiva che Adam Pierce riprende i cocci del suo anagramma Mice Parade per assemblarli in un nuovo, entusiasmante mosaico sonoro. A tre anni esatti dall’omonimo lavoro - il settimo - il polistrumentista newyorkese non mostra alcuna intenzione di stabilizzare il proprio istinto musicale in una singola collocazione. Perché uno come lui non può resistere al fascino delle tradizioni, del carisma impresso da una formula sempre più multirazziale. La diversità è dunque cercata, rincorsa e orgogliosamente conclamata, anche attraverso il titolo, per un disco che rappresenta il viaggio più esuberante nella storia del gruppo.
E così, l’anagramma descrive nuovi incastri. I Mice Parade rielaborano le tele ricamate in passato, sfogando a pieno regime la mai celata voglia di flamenco, jazz, indie-rock anni Ottanta e una rinnovata fiducia nel post-rock caro alla "gatta grassa" Fat Cat Records.

Ritmi brasileiri, bonghi, la kora dell’amico Abdou e i dolci vocalizzi swahili di Somi. È solo l’inizio, "Kupanda". Colori e groove rimandano all'etno-jazz degli Him (l'anima ritmica è la stessa: Doug Scharin, ex June of 44), ma le peculiarità già emergono: il suono è caldo, accogliente, eppure spartano; la solarità si abbina a una peculiarissima saudade indie-pop. Con "In Between Times", "Do Your Eyes See Sparks?", "Couches & Carpets" sboccia una coralità che rimanda dritto a Sufjan Stevens e agli ultimi Múm: la malinconia resta, ma l'atmosfera trabocca di convivialità e speranza.
L'impasto dei timbri è rustico: tutto sembra registrato in presa diretta, quasi a cogliere un momento di estemporanea comunione musicale. L'intensità emotiva è estrema, ma mai enfatizzata: emerge con la stessa timidezza che si legge nelle voci elfiche di Caroline Lufkin e Meredith Godreau. Avviene spesso, anzi, che le linee vocali siano mixate basse, per non monopolizzare il centro dell'attenzione.
E qui sta un miracolo. La mancanza di melodie trascinanti non incrina lo spirito pop, che in questa musica è ovunque: nel brio degli arpeggi di chitarra, nei tintinnii, nell'effervescenza con cui si avvicendano temi e stili. Neppure c'è bisogno, in fondo, di canzoni perfettamente compiute - qualcuna elude il ritornello, o rimpiazza l'assolo con un momento di stagnazione, sfuma senza essere giunta a una vera conclusione...

Si sfocia d'un tratto nel cuore indie-rock del disco. Le chitarre si fanno graffianti, le strutture lambiscono territori alt-country. Il clima sembra compromesso, ma quando nel bel mezzo di "Recover" i giapponesi Toe innescano un crescendo degno degli Explosions In The Sky tutto converge, e un brivido nuovo corre lungo la schiena. Rafforzato da una storica - e inaspettata - chiusura del cerchio: il post- ruggente di scuola June of 44 che si ricongiunge coi suoi lontani eredi soft/loud; due creature pressoché morte che ritrovano la vita unendo le loro strade.
Poi "Mallo Cup", "Tokyo Late Night", una "Fortune Of Folly" in cui tutto si fonde - Africa, Brasile, post- e intimismo corale, i Neutral Milk Hotel e la mania delle canzoni "senza testa" (e senza coda). Bozzetti, nuove pagine per uno zibaldone che pare l'album bianco di Adam Pierce e soci. Imperfetto, sovrabbondante, ma capace di una congiunzione rara: originalità, classe, rappresentatività.

Personalissima, lontana da ogni schema, la musica di "What It Means To Be Left-Handed" riesce a coronare una miriade di tendenze, esprimendo con invidiabile leggerezza lo spirito del tempo. Regalando in più, proprio sul finale, una perla di spiritualità come la cover di "Mary-Anne". Vi pare poco? A noi no.

(06/09/2010)

  • Tracklist
  1. Kupanda
  2. In Between Times
  3. Do Your Eyes See Sparks?
  4. Couches & Carpets
  5. Pond
  6. Recover
  7. Old Hat
  8. Mallo Cup
  9. Remember The Magic Carpet
  10. Even
  11. Tokyo Late Night
  12. Fortune And Folly
  13. Mary-Anne
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