Che alla base ci sia dell’effettivo talento oppure no, le stelle dello spettacolo che si cimentano nella musica (e viceversa) si sono da sempre trovate a fronteggiare lo scoglio spesso insormontabile dell’atavica mancanza di credibilità artistica. Della serie: se sei bravo a fare una cosa, limitati a fare quella (a meno che tu non sia Bowie, Waits o Sinatra, ovviamente).
E perciò non importa quanti Grammy si mettono in saccoccia i bellocci Justin Timberlake o Jennifer Lopez o quanti Oscar si porta a casa l’efebico Jared Leto; importa ancora meno della non troppo esaltante carriera musicale di Juliette Lewis o delle comparsate sui palchi di Scarlett Johansonn, Johnny Depp, Will Smith o (sigh!) Paris Hilton.
Taylor Momsen, ventunenne attrice/modella/bomba sexy statunitense già protagonista di “Gossip Girl”, ha scelto di fregarsene dei preconcetti e ha così deciso di confermarsi la frontwoman dei The Pretty Reckless, band attiva dal 2009 e che con questo “Going To Hell” arriva al secondo disco con Razor & Tie.
E ci accorgiamo subito della presenza forte dell’incarognita fanciulla di Saint Louis che – oltre a regalarci una copertina dell’album da applausi a scena aperta – mette sul piatto una voce decisamente più potente e sicura rispetto all’esordio di quattro anni fa, in cui era poco più che una diciassettenne dal make-up pesante che giocava a fare la riot grrrl.
La schiena nuda e il convincente timbro vocale della Momsen non bastano però a tenere in piedi una proposta musicale che oscilla fra l’hard-rock più ampolloso e il power-pop da bigiotteria, in cui tutto è noiosamente al posto giusto a discapito dell’originalità e del sano guizzo creativo, con le fiamme dell’Inferno che si rivelano innocue sbaffate di lipstick rosso fuoco.
Sia beninteso, qua e là c’è anche qualche canzoncina sufficiente: l’abrasiva entrata di “Follow Me Down”, le roteanti variazioni metallare di “Sweet Things” in odore Marilyn Manson, mettiamoci anche gli svolazzi di “Absolution” e la chiusura intimista tendente al country-folk di “Waiting For A Friend”. Ma poi, purtroppo, ci si trova a nuotare in un mare di banalità con la palese b-side degli Evanescence (“House On A Hill”), nella noia del già sentito (la classica power ballad emo “Burn”, “Fucked Up World” che ricorda almeno altre venti o trenta canzoni…), persino negli inflazionati cori sopra il “boom-boom-cha” sul modello della “We Will Rock You” dei Queen (“Heaven Knows”).
In un album in cui la Momsen fa davvero di tutto e anche di più per mantenersi a galla sfoderando una vocina di tutto rispetto, i Pretty Reckless dimostrano di essere una band che difficilmente riuscirà a mascherare l’evidente mancanza di idee con i chitarroni e le tutine di pelle dell’ammaliante biondina. Tirando le somme: la sensazione che viene fuori dall’ascolto di questo rock’n’roll di plastica è che le responsabilità della sua pochezza, per una volta, non siano tutte della solita stella del cinema riciclata cantante. Strano, ma vero.
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01/04/2014