Etruschi From Lakota

Non ci resta che ridere

2015 (Phonarchia) | roots-rock

I pisani Etruschi From Lakota si formano nel 2011 a partire dal cantante Dario Canal, con Simone Sandrucci e Pietro Marini alle chitarre Diego Ribechini al basso e Luigi Ciampini alla batteria; il produttore Nicola Baronti li spinge nella giusta direzione nel primo Ep “Davanti al muro” (2012) e nel primo lungo “I nuovi mostri” (2013), d’un hard-folk già pazzamente graffiante (cfr).
Il loro acuto è però “Non ci resta che ridere”, concept “agrario” che diventa operetta-rock sulle meditazioni di un contadino, Abramo, alle prese con le spinte della contemporaneità. E’ svolto con una coerente attitudine country-blues e una carica umoristica degna di Frank Zappa e figliocci (soprattutto la Bonzo Dog Band e simili).

Il vaudeville degli Etruschi attacca con lo stomp di banjo della title track, eseguito e cantato con fare luciferino da Ac/Dc, seguita in maniera abbondantemente teatrale in “Abramo” (in cui il vocalist recita più personaggi sul più classico andamento rhythm’n’blues alla Isley Brothers), e si eccita nella danza scalmanata di “Mezzogiorno di grano” e nel cow-punk con armonica svirgolante di “V.I.V.O.”.
Anche il coro dei comprimari ha un ruolo di un certo peso, svarionando da incitanti motti da stadio a un più docile contrappunto vegliante, e trovando un apice da parodia di commercial e armonie vocali barbershop nel grammelot blues-rock “Cornflakes”.

La più crudele, ideologicamente e stilisticamente (dove peraltro vivono gli unici strappi metal) è “Collo rosso”, mentre i gorghi fatalisti spettano al gospel spettrale (poi stomp-blues amaro) di “Il contadino magro” e al lento, cristallino saltarello di “Erismo”.
L’ultima sceneggiata drammaturgica è la finale “San Pietro”, che illustra la morte del protagonista a suon di bluegrass appalachiano, sorta d'improbabile rilettura pop-core del Bob Dylan di “John Wesley Harding”.

Come la commedia di Troisi-Benigni che storpia nel titolo, è un riuscito contrasto dolceamaro tra un dopo e un prima, un piccolo calvario interiore che inverte i termini partendo dalla paura del futuro e arrivando alla memoria del passato, tutto costruito sui ritmi accesi degli strumenti acustici (anche chitarra 12 corde, mandolino, violino, misuratissime le distorsioni elettriche). Ancor di più conta l’elastica bravura del canto di Canal, a un tempo incazzato, irriverente, dolce, confessionale. Qualche sbavatura nella scrittura, liriche a tratti scoordinate.

(04/02/2015)

  • Tracklist
  1. Non ci resta che ridere
  2. Cornflakes
  3. Abramo
  4. Gioioso baccano
  5. Mezzogiorno di grano
  6. Il contadino magro
  7. V.I.V.O.
  8. Collo rosso
  9. Erismo
  10. Nella vena di vino
  11. San Pietro
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