Lee Bannon

Pattern Of Excel

2015 (Ninja Tune) | ambient, sound-collage

Non è propriamente un segreto, che se vi è una caratteristica, più di tutte le altre, che ha contraddistinto (e che con grande probabilità continuerà a contraddistinguere) il corpus discografico di Lee Bannon (al secolo Fred Warmsley), quella è il suo costante e indefesso ripensare se stesso e la propria musica, nei termini di una radicalità nel cambiamento che non riesce a concepire alcuna barriera, alcun limite dietro cui celarsi. Con tutto che ogni recensione in giro per la Rete tende a ribadire lo stesso concetto, è comunque difficile non sorprendersi di fronte a trasformazioni volta volta sempre più audaci, a un percorso che dell'imprevedibilità è diventato il monumento: a questo giro, però, le cose paiono essere ancora più indefinibili che in passato.
Fattosi le spalle come beatmaker per la crew di Joey Bada$$, e con un buon numero di pubblicazioni a mettere quindi in luce il suo buon talento nel muoversi in lungo e in largo attraverso l'universo hip-hop, con l'approdo alla Ninja Tune (e dopo qualche prova minore, nelle quali già sono sparsi i semi di una ormai proverbiale imprendibilità stilistica) il producer statunitense mette in chiaro che l'orizzonte di riferimento adesso inquadra scenari di tutt'altra natura. Se in “Alternate/Endings” il tentativo era quello di donare nuovo lustro alla jungle e dintorni (cimento centrato, a giudicare dai consensi racimolati per il web), con “Pattern Of Excel” il compito di Bannon si fa se possibile ulteriormente più complesso, e anche per questo motivo ancora più avvincente. La faccia tosta di certo non gli difetta.

Le rivoluzioni copernicane attuate da Warmsley finora hanno infatti riguardato pubblicazioni nel loro complesso, che per il resto hanno sempre goduto di unitarietà e solidità tematica, al netto delle prevedibili (e auspicabili) variazioni apportate all'interno della tracklist. Il passo successivo appare dunque chiaro: se l'intento di disperdere le tracce su come e cosa suonasse Lee Bannon poteva ormai dirsi raggiunto, quel che restava da fare era rendere impossibile spiegare come suonasse un suo disco. “Pattern Of Excel” viene incontro all'esigenza e la esaudisce alla perfezione, a tal punto che ogni forma di coerenza e aggregazione finiscono per svanire del tutto, soggiogate da una libertà d'approccio senza confini, e da una dispersività a dir poco programmatica. Giusto una generale (ma non per questo rappresentativa nell'insieme) rilassatezza del mood e delle timbriche potrebbe costituire una possibile chiave di lettura del lavoro, perché per il resto, tra sfrontati campionamenti, disarmonie strumentali e stranianti effetti vocali, l'horror vacui che ne deriva è totalizzante, la ricerca di appigli del tutto preclusa. E se manca la decisa fascinazione concettuale della trilogia capitalista di Jar Moff (lo stesso spezzettamento in quindici brani più due bonus d'altronde rendeva difficile l'accostamento), non per questo l'ascolto risulta particolarmente danneggiato: di episodi interessanti, quando non proprio brillanti, il producer riesce a elargirne in misura sufficiente.

Anche privi di una più corposa cornice narrativa in cui poter essere racchiusi, i movimenti dell'album tendono infatti a irretire attraverso la costruzione di una trance, singhiozzante sì e allucinogena, ma sempre puntuale nel favorire lo spaesamento dei sensi, nello sfruttare a proprio vantaggio la sua imprevedibilità. Perdersi diventa dunque un obbligo, o perlomeno l'approccio consigliabile per godere pienamente dell'esperienza: niente di più logico che sia il rumore di un tuffo (quello ribadito ben due volte in “Good/Swimmer”) ad aprire le danze, che provi a dettare la modalità d'ascolto. È una lunga immersione sonora, insomma, tra letargiche manipolazioni di monosillabi vocali su sonnacchiosi letti elettrici (“Artificial Stasis”, “Suffer Gene”), rapidi sketch interrotti prima del loro effettivo completarsi, alla maniera di uno Zomby (il malinconico melodiare di chitarra di “Shallowness Is The Root Of All Evil”), retaggi delle ridefinizioni stilistiche che furono, ma come snaturate, scarnificate fino ad assumere altra consistenza (la jungle delle due sequenze di “Inflatable”, più l'ectoplasma di ciò che poteva essere che la sua effettiva manifestazione).

Se poi è l'aspetto più descrittivo, più preferibilmente ambientale a prevalere, Lee Bannon gioca sempre di astuzia per non lasciar mai trapelare un leit-motiv comune: ecco quindi sfilare in ordine la cantilena per tastiera ed effetti vocali di “Paofex”, la tremula sospensione in fascia post-industrial di “Kanu”, le inquietudini massimaliste di cui si avvale il tiro dubstep di “Aga”, in un ottovolante impazzito che non lascia scampo allo stordimento.
Poco importa, quindi, se progressivamente i tempi aumentano, se la dilatazione diventa man mano più tangibile: anche così, l'ipnosi è infatti assicurata. Debosciati siparietti western in forma di suite, ad avvicendarsi sopra tappeti dronici in continua mutazione (“SDM”), patinati fraseggi Idm a riassettare l'album sulla strada dell'elettronica più pura (“Memory 6”), partiture corali dalle profondità degli abissi, frammiste a robotici elementi di disturbo (“Towels”) non fanno quindi altro che sottolineare la natura camaleontica di un'opera fascinosa, coraggiosa anche nella sua folle caoticità, ma ancor prima specchio fedele di un'anima in perenne viaggio, incapace di stanziare in un solo posto più del necessario.
Anche se la memoria faticherà a penetrare nei recessi di questo disco di Warmsley (che sostiene essere l'ultima realizzazione sotto tale moniker), è un'avventura d'ascolto che vale la pena provare, fosse esclusivamente per una sola volta.

(20/08/2015)

  • Tracklist
  1. Good / Swimmer
  2. Artifical Stasis
  3. dx2
  4. Suffer Gene
  5. Refoah
  6. Shallowness Is The Root Of All Evil
  7. Paofex
  8. Kanu
  9. Aga
  10. Inflatable
  11. DAW In The Sky For Pigs
  12. Disnem Girls
  13. SDM
  14. Memory 6
  15. Towels
  16. Inflatable (Sequence 2) (bonus track)
  17. Pattern Demo 29 (bonus track)
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