La ad21 è uno dei pochi templi che conservano la tradizione dell'ambient music. Affidato alle cure di
Max Corbacho – si legga: l'ultimo grande fra i figli della tradizione ambientale californiana – e del pianista e compositore Bruno Sanfilippo, prosegue da anni la sua incessante attività di produzione e diffusione della propria idea di musica atmosferica. Un'idea passatista, forse, per certi versi inattuale, lontana dalla deriva razionalista che il genere ha intrapreso negli ultimi anni di contaminazione con la sperimentazione elettronica.
Nonostante questo, le soddisfazioni per i due non sono mancate, in particolare per Sanfilippo, che può dirsi oggi un precursore a tutti gli effetti della generazione
modern classical che tanto successo ha riscosso negli ultimi anni (anche in ambienti ben lontani da quello degli
aficionados). Questo “Inside Life”, suo ultimo lavoro, avrebbe potuto tranquillamente trovare un posto sul catalogo Denovali facendo la sua ottima figura in mezzo alle talentuose punte di diamante dell'etichetta tedesca.
Rispetto a quell'idea modern classical, l'argentino mantiene un legame palese con la tradizione ambientale in senso stretto (cfr.
Harold Budd), preferendo curare la forma delle sue composizioni in funzione dell'atmosfera e dell'evocazione più che della sostanza sonora o della melodia. Se episodi come la magniloquente
ouverture di “Sudden Quietness”, la sospesa “The Place Where Dying Crows” e la gelida “Freezing Point" pongono l'accento sull'inquietudine, altrove sono la serenità o l'estasi a trovarsi efficacemente riprodotte.
Sanfilippo genera con un linguaggio semplice (piano-archi-
sample) e piuttosto invariabile un assortimento di atmosfere variegato, in grado di riprodurre una tensione emotiva che si spinge per davvero “dentro la vita”. Così in “Camille” flussi quieti e pianoforte memori sono colorati dai cori sintetici che riecheggiano in lontananza, mentre “Tea Leaves At The Bottom Of A Cup” medita al pianoforte sulla semplice quotidianità. Il finale di “Inside Life”, affidato agli archi come già l'epica “A Door Opens For Ever”, mira invece all'organicismo orchestrale per cogliere l'essenza più squisita e vitale del
soundscape. Tradizionale ma ancora ben più che attuale.