“Somewhere in America you wake a little different”, cantava la giovane Emmy ormai quasi un decennio fa in “Seattle”, singolo sfornato dalla Brighton Port Authority di Fatboy Slim al quale la Nostra per l’occasione prestava la voce. Un verso che, ormai forti del senno di poi, possiamo leggere come un presagio autobiografico: la cantautrice nativa di Hong Kong e cresciuta a Londra ha attualmente preso residenza negli States, prima a Los Angeles, poi a New York e domani chissà. Spostamenti che non possono che farla sentire “un po’ diversa”, come recitava nel brano sopracitato, e con il bagaglio delle esperienze cambia anche lo stile, come testimonia il terzo lavoro discografico “Second Love”.
Emmy è dunque, a tutti gli effetti, una cittadina del mondo che cerca di fare tesoro delle esperienze vissute e le declina nel linguaggio dei nostri tempi “virtuali”, un’epoca scandita dalle notifiche sullo smartphone e da eterne connessioni che dividono anziché unire. La contemporaneità, insomma, non può più essere raccontata con il folk degli esordi, soppiantato dai pattern elettronici e più in generale da atmosfere rarefatte che sortiscono piccole quanto innocue declinazioni: la disco ovattata di “Dance w Me”, gli stranianti vocalizzi di “Phoenixes”, la delicata ballad per pianoforte “Lost In You”, o infine una “Algorithm” che ricorda per timbro e per contesto certe canzoni di Dido, non sono che labili variazioni su un canovaccio timido e davvero poco ispirato.
Non è un caso che a raddrizzare – se così si può dire – le sorti di questa terza prova in studio (la prima per Bella Union) siano i passaggi più intensi e strutturati: “Swimming Pool”, nella quale compare come ospite al microfono Tom Fleming dei Wild Beasts, e le ispirate “Constantly” e “Never Go Home”, che non temono di aprirsi a un pop spensierato ed elegante e a un ventaglio di colori ben più ampio. Ma possono bastare due-tre capitoli tutto sommato azzeccati per raddrizzare un album così spento e rinunciatario? Purtroppo no.
Con il cambio di registro stilistico, Emma-Lee Moss sembra aver perso il tocco dei primi dischi, quella freschezza melodica che, abbinata a una magnifica voce, creava una formula di innegabile spessore. Dal folk al synth-pop il passo può forse essere breve, ma non necessariamente indolore.
29/03/2016