Seth Bogart

Seth Bogart

2016 (Burger) | electro-pop, synth-pop

L’avevamo lasciato ai chiodi Schott e all’irruenza del garage più sordido, tre anni fa, fresco di trasferimento a Los Angeles alla testa di un manipolo di pestifere amazzoni. Da allora, tuttavia, l’avventura dell’artista noto come Hunx è andata incontro a una mezza rivoluzione copernicana, assecondando l’etichetta di icona gay che il Nostro si era costruito grazie a trascorsi da parrucchiere e intrattenitore televisivo a San Francisco. Ha rispolverato il suo nome di battesimo, dato libero sfogo a vecchie passioni come la visual art e creato installazioni per svariate gallerie o musei nella metropoli californiana; ha dato vita, soprattutto, a una propria linea di abbigliamento, la patinata (e a dir poco eccentrica) Wacky Wacko, che si è assicurata endorsement di peso quali Miley Cyrus e l’idolo personale Kathleen Hanna, già voce delle Bikini Kill, tra le più influenti riot grrrl di sempre.

La vera re-invenzione Seth l’ha però compiuta in ambito musicale, con un laptop, la sua elettrica, tastiere da quattro soldi, i dischi di Hot Chip, Nina Hagen, Kraftwerk e Broadcast in sottofondo, e l’aiuto tecnico prezioso dell’amico Cole M.G.N., già mentore di Julia Holter e Ariel Pink. Questo esordio eponimo sotto l’effettiva intestazione anagrafica parte all’insegna di un electropop brioso e pacchiano in linea con gli Hefner di “Dead Media”, solo molto meno concettuale e più gaio. L’indole punk di ieri traspare nei graffi della chitarra, mentre il cantato sporco e vizioso à-la King Tuff suona ancora palesemente orientato al garage-pop e regola con più di un punto di margine anche un alfiere autorevolissimo di quella stessa scena, il Matthew Melton dell’incarnazione Warm Soda. Nelle battute iniziali l’uscita per Burger parrebbe insomma ancora (relativamente) giustificata, ma il disco ha in serbo diverse sorprese.

Congedate fino a nuovo ordine le sodali Shannon Shaw e Erin Emslie, Seth ha scelto di farsi accompagnare da uno stuolo di improbabili cortigiane, prima tra tutte proprio la Hanna. E’ sua la vocina da monella sciroccata che impreziosisce un episodio per molti versi paradigmatico come “Eating Makeup”: lercio, svaccato e zuccherino trash-pop, ispirato a una puntata di “My Strange Addiction” (“Io e la mia ossessione”) in cui la maniaca di turno confessava d’esser ghiotta di cosmetici, strizza l’occhio senza ritegno all’electroclash delle amate Le Tigre e incuriosisce con la sua miscela di rumenta sintetica e tonalità pastello.
A mezza costa tra Ezra Furman e il già citato Ariel Pink (o quel Georgie Fruit che sabota regolarmente i lavori di Kevin Barnes), il nuovo Hunx non mostra alcun timore a buttarla in farsa, ma si concede anche numeri indubbiamente più ponderati, estatici e ben ingegnati come “Forgotten Fantazy”. Altrove predilige invece il collage chiassoso, l’accostamento amabilmente kitsch di ipotesi espressive in aperto conflitto tra loro, almeno all’apparenza, per quanto il troiaio sonoro che ne risulta sia assai meno campato per aria di quel che si sarebbe portati a immaginare.

Drum machine, evidenziature fluo di basso, sgommate del vocoder: “Smash The TV” orchestra un eccentrico ma appassionato revival anni Ottanta (che tornerà anche nel pregevole congedo di “Sunday Boy”, depurato e colmo di meraviglia), solleticando con la sua frivola e grottesca sregolatezza. Il synth-pop drogato e coloratissimo accarezza con la sua celestiale intonazione romantica anche se, approdati dalle parti di “Lubed”, i tassi glicemici cominciano a risultare pericolosamente elevati e con una simile millefoglie il rischio di diabete melodico si fa concreto. Opzioni musicali di tale fatta vanno assunte con estrema moderazione, altrimenti il tilt è garantito.

Questa tendenza registra un’ulteriore impennata con l’indie-pop robotico e il bubblegum da vecchi arcade di “Club With Me”, davvero arduo da metabolizzare senza batter ciglio, nonostante una scrittura easy-listening sempre impeccabile. Le due tracce successive, dove prende il sopravvento l’elettronica plastificata dell’australiana Chelsea Wheatley (in arte Chela), spingono la formula alle estreme conseguenze: dopo un’introduzione tutto sommato morbida, come a non voler turbare eccessivamente i suoi aficionados, nella pancia dell’album si piega con decisione verso la festa danzereccia, le inflessioni orgiastiche del pop più frastornante, nel segno di una compromissione ormai sconfinata con quei codici. In “Flurt”, per dire, Bogart si spinge di molto al di là del consueto travestitismo e letteralmente scompare per dedicarsi giubilante al suo nascondino. Nella notevole “Nina Hagen-Daaz” (ospite Clementine Creevy aka Cherry Glazerr) la fusione tra le due anime si rivela più armonica e intrigante. Gli sbaffi dell’organo saturano tutti gli spazi prima che tornino a farsi sentire la chitarra e il broncio adorabile dell’Hunx che conosciamo.

La forma, ad ogni buon conto, pare sempre sul punto di debordare, attirando su di sé e sulla propria inclinazione tra lo sgargiante e l’adulterato tutta l’attenzione di chi ascolta. E’ un peccato, perché dietro le esasperazioni di un artificio smodato quasi per necessità si nasconde un autore assai interessante. Prova ne è l’ironica “Barely 21” che, grazie alla stellina (scrittrice, fashion blogger, attrice) Tavi Gevinson e a un maggior pudore nelle proprie esternazioni, tende invece a un delizioso modernariato sunshine e all’amabilità del doo-wop, tanto per ribadire che a Seth il gusto non fa difetto.
Questo fino alla prossima rivoluzione che, siamo pronti a scommetterlo, sarà non meno sbalorditiva.

(06/03/2016)

  • Tracklist
  1. Hollywood Squares
  2. Eating Makeup
  3. Forgotten Fantazy
  4. Smash The TV
  5. Lubed
  6. Club With Me
  7. Supermarket Supermodel
  8. Flurt
  9. Nina Hagen-Daaz
  10. Plastic!
  11. Barely 21
  12. Sunday Boy
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