Identificati solo tramite Giangi, Rocco e Mauri, milanesi, rispettivamente voce, basso e batteria, i tre si uniscono a nome Unoauno per registrare un debutto, “Cronache carsiche”, mezz’ora scarsa di personale revisionismo su Cccp e noise-rock, nonché loro commentario sulla crisi di nervi sociale. I tre sono abili a prendere, di queste sorgenti, tanto l’aspetto superficiale acchiappante che lo spirito originario, per reinterpretarlo qua e là con libertà anche discretamente ampia.
Se “Dei” e “Restare vivi” sono coinvolgenti ma formulaiche, “Aleppo” propende per una progressione marziale di frastuoni elettrici e cantilene inebetite (e un’appendice in una “parte 2”), e l’insieme ha qualcosa di rustico e spirituale (anche se non chiarissimo negli intenti stilistici). Numeri elettronici come “Carsica” adottano invece scatti che dal parlato monotono e scandito svariano ad aperture quasi gregoriane, e “Figlio” riesce a modellarsi in stilizzato pop sintetico, persino con spunti di rime freestyle. Poco canto e largo spazio a fremiti e scosse, persino un attimo di panico strumentale collettivo: con “Clausura” i tre chiudono l’operetta inventandosi una loro piccola “Emilia paranoica”.
Più dotto che esistenziale, collettivo più che privato, c’è una nota di mitologia che innerva, nelle liriche, le intonazioni e il citazionismo. Disco di esterni, nel senso letterale e metaforico della parola. Lavoro minore di new wave italo-internazionale? Forse, però la sezione ritmica - instancabile in spumeggianti evoluzioni d’assoli e contrappunto - avrebbe fatto breccia tra fine 70 e inizio 80, quantomeno per il virtuosismo incendiario, la lucida cacofonia.