Era lì, nell’ombra, la nuova creatura di Geoff Barrow, in attesa che i riflettori fossero rivolti altrove. Sembrava quasi che il musicista avesse deciso di relegare i Beak> a potenziale valvola di sfogo dalle frustrazioni del dopo-
Portishead, evitando accuratamente citazioni del passato, al fine di allontanare dalla band quel pubblico nostalgico del
trip-hop in salsa
romantic-noir di “
Dummy”.
Billy Fuller (ex-membro dei
Fuzz Against Junk e collaboratore di
Robert Plant) e il nuovo arrivato Will Young (che dal 2016 ha sostituito Matt Williams) hanno aiutato Barrow nell’impresa alquanto difficile di creare una nuova prospettiva stilistica altrettanto intensa e originale.
Per il progetto
Beak> i musicisti hanno inizialmente utilizzato un approccio grezzo, ricco di errori e impurità, fatto di registrazioni live appena rifinite in sede di produzione. In un alternarsi di Ep e sperimentazioni, con il secondo album “
Beak >>” il gruppo ha rimarcato il processo di mutazione genetica di certe strutture
kraut-rock, contaminandole con psichedelia e flussi elettronici astratti, atonali.
Con il nuovo album “>>>” la band non rinuncia alla logica della
jam-session live in studio per la creazione delle composizioni, solo che questa volta i tre musicisti hanno impiegato molto più tempo nella rifinitura delle tracce, senza intaccarne la spigolosità e il torbido fascino. Raffinatezza e compiutezza sono ora parte integrante di una musicalità evoluta e a suo modo complessa ed equilibrata.
Non si preoccupino i fautori delle modalità
naif dei primi due album: quello che è avvenuto in “>>>”non è una normalizzazione esangue, ma un’esaltazione di quegli elementi creativi che il gruppo ha coltivato in questi anni. E’ un gioco di equilibri strumentali, quello che rende il nuovo album dei Beak> un progetto di emancipazione dallo
status sperimentale a quello compiuto. La band ha finalmente raggiunto un’identità sonora non solo ben definita ma autonoma.
Nelle note di “The Brazilian” per un attimo riecheggia il
mood possente dei Portishead, con sonorità orchestrali dai tratti
urban-blues e cinematici che quasi fanno da titoli di testa di un album che sembra fluire come un film noir. Sono comunque le matrici kraut-rock le vere protagoniste di “>>>”, tra incisive e ossessive soluzioni ritmiche che rimandano ai
Can (“Brean Down”), pulsanti minimalismi alla
Neu! (“RSI”) e contaminazioni psichedeliche che profumano di
Tangerine Dream e
Broadcast (“Birthday Suit”).
I tre musicisti giocano con le sfumature
kraute e pop già esplorate in passato da altre formazioni come i
Radiohead (“Harvester”), i
Boards Of Canada (“When We Fall”), gli
Stereolab (“Teisco”) e certe produzioni
pop-prog anni 80 (“King Of The Castle”), senza mai abbandonare quel suono ciclico e tremante dove synth e batteria modellano un groove cangiante e sfaccettato.
Non è un caso che l’etichetta di Geoff Barrow, l’Invada, negli ultimi tempi abbia incrementato l’interesse per le colonne sonore, pubblicando tra l’altro una serie di edizioni in vinile della musiche della serie Netflix “Stranger Things”: tra le pieghe di “>>>” c'è più di un riferimento al mondo della musica da film, tra una forse involontaria citazione di “
Blade Runner” in “Allé Sauvage” e un’ambiziosa e terrificante “Abbots Leigh” che non sfigurerebbe in un horror dai tratti gothic.
Resta l’imprevedibilità il punto di forza del suono dei Beak>, un’attitudine alla stravaganza che il gruppo ha finalmente tradotto in un
pattern lirico memorabile. Non è un album facile, il nuovo lavoro disco del trio inglese, ma la sensazione che questo sia il potenziale
urban-folk del futuro è sempre più forte.