Ricordo ancora con piacere il mio primo impatto con la musica di Karl Culley: era il 2010 e il suo esordio da solista (proveniva da una misconosciuta band, i Mindermasts), “Bundle Of Nerves”, mi colpì per quella purezza cristallina e quel tocco fluido e inquieto che virava verso toni metafisici: la musica era semplice, forse ordinaria, e per tal motivo più autentica di quella di acclamati folksinger.
Pian piano lo stile del musicista si è notevolmente raffinato, quel tocco rapido di fingerpicking, l’incalzante tono ritmico, il suono aspro della chitarra e la voce duttile e corposa hanno trovato la loro apoteosi creativa nel terzo album “Phosphor”. Purtroppo, il riscontro non è stato all’altezza delle premesse (Mojo recensì il primo album con toni trionfali) e il musicista di Harrogate ha deciso di porre fine al suo quasi decennale percorso discografico con un album intitolato “Last”.
Ci sono in verità anche altre motivazioni ben più importanti dietro questa scelta: un divorzio e una figlia a cui dedicare del tempo prezioso.
L’album è stato registrato in piena solitudine in Polonia (dove si è trasferito da anni), ad eccezione di due brani che vedono la presenza di Daniel Webster. Il progetto è presentato dall’artista come un doppio album (pur essendo disponibile solo in digitale), una scelta dettata dalla volontà di Karl Culley di pubblicare tutte le incisioni degli ultimi tre tumultuosi anni.
Ancora una volta quel che caratterizza lo stile del musicista è un fragile equilibrio tra opposti: nei testi c’è spazio per Dio e il Demonio, nei titoli si nota un inno alla perfezione, “Perfection (Only Exists In The Mind)”, e uno alle inesattezze, “Mistakes”, e in un sol brano vita e morte si fanno beffe l’un dell’altra (“Wedding And Funeral Shoes”).
“Last” è forse l’album più lineare e istintivo dell’autore: alla tristezza e alla malinconia si sono aggiunte saggezza e buonsenso (“Amethyst”), alcune canzoni non temono di essere contaminate dalla leggerezza, al punto da evocare perfino un tocco di folk-soul alla Brian Ferry in “In A Sky Of Infinite Suns”.
E’ comunque la chitarra a dettare i tempi delle ventuno canzoni, ora più introspettive – “Perfection (Only Exists In The Mind)”, “The Foehn Wind”, “Wedding And Funeral Shoes” – ora più smaniose (“Mistakes”, “How It Works”).
Un tocco di blues (“Devil In A Damn Fine Suit”), un lirismo più composto – “Delivered (My Maja)” dedicata alla figlia – una filastrocca (“Ghost Made Blood”), uno strumentale che sembra uscire da un album di William Ackerman (“1,2,3”), e una ballata noir (“Reality Is Like The Sun”) mettono in campo una varietà espressiva che a tratti può apparire fuorviante, ma per Karl Culley “Last” è come un testamento, un lascito per coloro che hanno avuto la costanza di attendere questo quinto e conclusivo capitolo.
Alcune gemme liriche brillano più di altre, rendendo ancor più dolorosa la scelta del musicista di abbandonare le scene: il fascino spettrale e doloroso di “Dale”, la bellezza senza tempo degli accordi di “The Embers Of Shangri-La”, lo scivolare avventuroso delle dita in “Looking Back Blues”, l’intimità emotiva affidata agli accordi cristallini della romantica “Listen” e l’ipnotico minimalismo della frenetica e sofferta “Being Alive”.
“Last” è per alcuni versi l’album più schietto ed empatico registrato da Culley, il progetto potenzialmente più adatto a catturare quel pubblico finora inseguito senza successo, ed è altresì beffardo dover verificare la presenza di una delle canzoni più belle mai scritte dal musicista, “Nastassya”: un brano dall’incalzante incedere narrativo e armonico, che ha già trovato posto nella mia personale playlist del 2018.
Nel frattempo il 12 ottobre il Klub Re di Gracovia ha ospitato l’ultimo concerto di Karl Culley, col passare del tempo i suoi cinque album si disperderanno forse nel marasma dell’enorme mole di pubblicazioni degli ultimi decenni, le critiche su Rym non andranno oltre la decina dei commenti e non saranno neppure del tutto positive.
Non importa: chi ha conosciuto la musica del ragazzo di Harrogate lo porterà nel cuore per sempre, onorandone l’intensa lucidità e sincerità artistica.
29/12/2018