Il 12 ottobre del 2018 Karl Culley si esibisce sul palco del Klub Re di Cracovia per quella che nelle sue intenzioni è l’ultima esibizione della sua carriera. Nel frattempo, la pubblicazione del doppio album “Last” mette ordine nel cassetto dei ricordi: per Karl è tempo di dedicarsi alla figlia dopo un traumatico divorzio.
Due anni dopo, la comparsa di un Ep intitolato “Redshift” non ridesta interesse per le sorti del folksinger di Harrogate, mentre una diagnosi di disturbo ossessivo-compulsivo lo mette di nuovo in crisi. Tre anni dopo, Culley ritrova serenità e ispirazione, grazie a una nuova relazione e a una ritrovata voglia di suonare.
“Stories Save Our Lives” è il racconto di un uomo che torna a respirare. L’originale tocco di fingerpicking percussivo, tecnicamente definito fingerplettoring, è ancora sorprendente e incisivo come agli esordi. La voce è ancora più calda e piacevolmente malinconica. John Martyn e Bert Jansch sono ancora dietro le quinte di un album che alla rabbia e all’urgenza predilige l’estasi della poesia sonora.
Inutile gridare al capolavoro o al disco irrinunciabile: Culley è un antieroe, le sue canzoni sono schiette, colte e raffinate. Uno stile ancora più austero e classicheggiante sottolinea la tecnica chitarristica, armonie lievemente più solari cercano un ulteriore contatto con un pubblico distratto – “Contact Improvisation” è un brano che gode anche di un pregevole assolo di sax – a volte il controcanto di Lettie viene in soccorso di Culley dispensando fiducia e speranza (“Where You Lie”), ma una leggera ansia stempera l’impeto creativo.
“Stories Save Our Lives” è un album indolente, riflessivo, oscuro. La naturale propensione a un intenso lirismo è evidente già dalle prime roboanti note di “Pursued By Hounds”. Culley graffia poche note di chitarra con sontuose armonie (“Real Champagne”), discorre di poeti con un tocco cristallino di fingerpicking (“Beast”), sfida regole e tecnica chitarristica per una pagina tanto tormentata quanto inebriante (“The Night Of The Hunter”) e si abbandona alla dolcezza nel pregevole duetto vocale di “Kindred”.
Tutto qui, nulla di più che un’onesta e intensa raccolta di canzoni dalle sembianze folk che hanno il pregio di raccontare come siamo fatti e non come vorremmo essere. Nessuna epica e niente trucchi: la musica di Karl Culley è un argine poetico alla vacuità di molta musica moderna, per tal motivo condannata all’oblio o al diletto di pochi. Archiviare sotto la voce: musica da non consumare.
30/05/2023