Appesi per un filo. I piedi ciondolanti nel vuoto e la testa per aria. Il pomeriggio è brullo e la mente spazia in libertà. In questo scombussolato girovagare interiore affiorano paesaggi che sappiamo essere familiari, ma che troviamo sbiaditi come se appartenessero a una diapositiva degli anni Ottanta. Talvolta il complicato meccanismo del nostro cervello causa dei
déja-vu - "eppure ho già vissuto questo momento", "ho già annusato questo profumo" - ma spesso è impossibile ricollegare tali sensazioni a un momento preciso. Il sentimento evocato però è ancora vivido, per quanto non si possa mettere il dito sopra alle sue cause primarie - è nostalgia? Amore? Solitudine?
Ascoltare "Devotion" è come rivivere uno di questi momenti. O se preferite, come un esercizio di sinestesia, un fenomeno della psiche dove più sensi si accavallano momentaneamente creando inediti solchi percettivi - in musica si possono "vedere suoni" e "udire colori", come già spiegatoci da artisti quali
Pharrell Williams e
Devonté Hynes (quest'ultimo ha pure fatto una
conferenza sul fenomeno). Il che non spiega il valore di un disco come "Devotion", né tantomeno ci dà indicazioni circa l'attività cerebrale della sua autrice, la londinese Tirzah Mastin. Ma una volta entrati dentro, ritrovare la via di casa è come fare un percorso attraverso un corridoio a specchi.
Per quanto posizionata agli estremi confini della forma, Tirzah è una
songwriter che cura i propri testi, ma li stende in modo talmente colloquiale da farli sembrare non premeditati, come fossero messaggi vocali, e li interpreta con sussurri dedicati più a sé stessa che non all'ascoltatore, trasmettendo tutto il peso dell'esperienza. Non c'è ombra d'innocenza né di pose studiate, ogni singola parola ha il suo perché, ogni singola istanza è stata vissuta, sofferta e digerita - pratica poi riscontrabile nel conciso minimalismo delle composizioni. L'accompagnamento a tali liriche, infatti, fa dell'assenza il suo punto focale, la materia elettronica viene scolpita sino a lasciare giusto un'idea - "Devotion" è poetica della decostruzione e ruvida cesellatura della timbrica.
Su "Guilty", per esempio, c'è giusto una chitarra elettrica, i cui riverberi vengono ampliati, distorti e compressi per creare l'
intro e l'
outro, il resto del lavoro viene svolto da due fili di piano elettrico e un manto di vocoder, formando un indefinibile bozzetto post-moderno. Suggestiva anche l'apertura di "Fine Again", dove Tirzah accenna un delicato giro melodico degno di Stina Nordenstam, mentre viene avvolta da impalpabili rumorismi prosciugati al sole, ma anche "Basic Need" si gioca su uno scheletrico minimalismo.
L'acciaccato
beat di "Reach", gli arpeggi sintetici di "Go Now", l'elementare giro di piano di "Say When": tutti momenti dove la forma si fa impalpabile e solipsistica, lasciando trapelare ricordi di
Niobe e Klein,
Laurel Halo e Kissey Asplund, pur senza mai assumere le sembianze di un collage. Ecco, dunque, il synth-pop di "Holding On" che si lega al passato per cui Tirzah si era fatta conoscere - si fa riferimento al periodo sotto l'etichetta Greco-Roman dei colleghi
Hot Chip e un pezzo-simbolo dell'alt-dance dei club
underground londinesi quale "
I'm Not Dancing".
Di non poco conto anche l'accompagnamento visivo delle tre anteprime; tramite l'unione di suoni e immagini, "Affection" è una perfetta introduzione al resto del lavoro: Tirzah cammina per strada, non si sa bene dove stia andando, ma è chiaramente persa nei propri pensieri e la sua mente viene proiettata all'esterno dalle associazioni elettive di fotogrammi sgranati. "Gladly" e "Devotion" offrono spiragli di vita e di amicizie, gregaria complicità tra una gioventù che respira, che vive e che si ama. Ed è proprio tramite il video della
title track che viene facile parlare di decostruzioni hip-hop e di tendenze contemporanee, qualcuno in Rete sta usando addirittura il termine di r&b. Il che forse non è del tutto sbagliato, "Devotion" è sicuramente un disco che mostra anche la grana meticcia del
mixtape su Soundcloud, soprattutto nel momento di "Do You Know".
Ma suoni e parole da soli non sono in grado di rendere l'idea, per entrare a fondo nell'opera bisogna abbandonarsi a tutti i sensi, dai colori all'olfatto alla propria memoria. A qualcuno tutto questo dirà meno di zero, il mondo evocato da "Devotion" è obliquo e impalpabile e la porta d'ingresso a volte neanche si intravede. Tirzah, però, potrebbe essere proprio un'ottima padrona di casa, forse a tratti è un po' distratta, ma è anche premurosa e all'occasione alquanto pungente.