Ty Segall & White Fence

Joy

2018 (Drag City) | psych-pop, garage-weird, lo-fi

Come cane e gatto, ma solo in favore di macchina fotografica. Ty Segall e Tim Presley l’hanno rifatto, sei anni dopo “Hair” e quando più nessuno si attendeva la collaborazione di ritorno. Un disco a due, scritto e suonato davvero a quattro mani, per darci a bere ancora una volta che gli opposti si attraggono. Potremmo cascarci se non li conoscessimo a sufficienza e non sapessimo a che grado di affinità abbiano saputo regolare in passato il rispettivo estro. Certo in tutto questo tempo qualcosa è cambiato per forza: il primo – iperattivo – ha fatto artisticamente diversi passi avanti, mentre il secondo sembra aver più che diradato gli impegni, non esce con un lavoro intestato al solo White Fence dal 2014 ma si è tenuto occupato pubblicando due album come Drinks in sodalizio con l’eccentrica gallese Cate Le Bon, il secondo dei quali, “Hippo Lite”, giusto questa primavera. E allora, va bene, si ignorino le tante analogie stilistiche tra i due interpreti e si assecondi pure l’immagine promozionale scattata da Denée Petracek, la signora Segall, con la bassottina Fanny e il soriano Clifford in braccio ai rispettivi padroni.

Introdotto proprio dalle animazioni sunshine-freak-folk che ti aspetteresti, “Joy” parte subito nel segno di un affastellamento disordinato di impressioni pop. L’incarnazione più beatlesiana ma imbronciata e amarognola del trentunenne di Laguna Beach prende presto il sopravvento assieme all’eclettismo d’ordinanza e a una buona verve elettrica, pronta peraltro a venir sconfessata da una serie di bozzetti in apparenza più quieti, in realtà con tutta l’irrequietezza del caso, tenuta latente e sempre a un passo dal manifestarsi. Si registrano in ordine sparso alcune buone suggestioni come nello spigliato e velenoso jangle-pop di “Body Behavior”, ma l’insieme appare davvero troppo dispersivo e sbrindellato per poter replicare il felice miracolo di “Hair”. Ne vien fuori un’opera giocoforza più autoreferenziale e discontinua, anche se non malvagia, che lascia prevalere la congenita propensione al frammento di White Fence: tanti episodi anche curiosi ma sfilacciati, come l’acidula “Good Boy”.

Accanto a quella che ha tutta l’aria di una simpatica citazione dalla precedente uscita a due (“Do Your Hair”) o a una “Hey Joe, Where You Going With That?” che pare la perfetta testimonianza del Segall giovane, pezzente, rancido e sinistro (sulla falsariga del primissimo Beck) ma in fondo pure un tantino zoppicante e dedito alla weirdness a tutti i costi, ecco gli intermezzi rumoristi senza capo né coda, gioiellini buttati un po’ via, ancora in pieno revival sixties (“A Nod”), parentesi lo-fi da scavezzacollo che lasciano il tempo che trovano e divertono esclusivamente chi suona (“A Grin Without Smile”) o spacconate all’insegna di un ottuso garage-punk che ricorda quello dei Party Fowl e aumenta oltre il dovuto il tasso di rumenta (“Other Way”). L’unico passaggio lungo, “She Is Gold”, ha l’aspetto di una jam alquanto annoiata e prevalentemente strumentale che si gioca, senza successo alcuno, la carta dell’improvvisazione.

Nelle battute conclusive la carina (ma un po’ abulica) “My Friend” e la puntata ludica di “Tommy’s Place” non hanno modo di riscattare un lavoro fuori fuoco e senza costrutto come “Joy”, il rovescio della medaglia di “Freedom’s Goblin” per come l’eccessiva libertà dimostri di poter penalizzare le oneste velleità di Ty, qualora risulti male indirizzata. Un disco, in definitiva, meno coerentemente e meno festosamente psichedelico del suo predecessore, più adatto ai fan accaniti e ai completisti che non ai tiepidi estimatori occasionali dell’uno o dell’altro partito. Cane o gatto, fa lo stesso.

(24/09/2018)

  • Tracklist
  1. Beginning
  2. Please Don’t Leave This Town
  3. Room Connector
  4. Body Behavior
  5. Good Boy
  6. Hey Joe, Where You Going With That?
  7. Rock Flute
  8. A Nod
  9. A Grin Without Smile
  10. Other way
  11. Prettiest Dog
  12. Do Your Hair
  13. She Is Gold
  14. Tommy’s Place
  15. My Friend
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