Ispirato da un vero e proprio “bambino di pietra”, un feto portato dalla madre in grembo per 30 anni, trasformatosi in un grumo di ossa che assomiglia, appunto, a una pietra, visto da Hoop al Mutter Museum di Philadelphia, “Stonechild” è un album importante per la carriera della cantautrice californiana.
Per l’occasione torna da Manchester, dove viveva da qualche anno, alla terra natia (pur continuando ad avvalersi delle collaborazioni delle inglesi Kate Stables e Rozi Plain) per registrare il disco insieme a John Parish, storico produttore di PJ Harvey e ora impegnato con alcune firme femminili importanti come la stessa Stables (This Is The Kit) e Aldous Harding.
Tutte le sue recenti collaborazioni sono però state caratterizzate da un focus sullo stile che ha detratto un po’ dalla forza della scrittura, e “Stonechild” non fa eccezione. Nonostante Jesca si sia un po’ normalizzata rispetto agli esordi, dopo la collaborazione con Sam Beam di qualche anno fa, e suoni come una Vashti Bunyan un po’ sghemba, oscura, il disco propone vari spunti “interessanti” (come gli intermezzi di handclapping di “Death Row”, o il neofolk alla Sharron Kraus di “Old Fear Of Father”), ma mai emotivamente coinvolgenti.
In generale, il classico vestito minimalista dato da Parish non aiuta particolarmente, conferendo un senso di distaccata austerità ai brani di Jesca, che pure pare mostrare una buona ispirazione, una certa forza nei temi e nelle immagini (piuttosto deludente, per esempio, l’arrangiamento “tempestoso” di “Footfall To The Path”), e dando corda a una vena solo vagamente sperimentale che si avvicina all’ultima Laura Marling (“Red White And Black”), riuscendo ad appesantire proprio nella sottrazione.
Un album comunque non disprezzabile, ma che appunto non toglie l’etichetta a doppio taglio di “artista interessante” a Hoop.