Melaine Dalibert

Cheminant

2019 (Elsewhere) | minimalismo

Nel pieno del Secolo breve, mentre le avanguardie colte europee battevano gli impervi sentieri del serialismo, la scuola newyorkese andava ricercando con crescente libertà una dimensione trascendente del suono, del tempo e dello spazio che esso abita. Poteva trattarsi di un luogo fisico “trasfigurato”, come la Dream House di La Monte Young e Marian Zazeela, oppure, come nelle lunghe composizioni di Morton Feldman, di un non-luogo totalmente immaginario, un orizzonte mentale che si realizza soltanto attraverso una fragile e inconsueta tessitura di note e silenzi.

Sinora le quiete suite del pianista francese Melaine Dalibert hanno assecondato la necessità di rinfondere il giusto peso a ciascun tasto, ciascun accordo inanellato in sequenze estese atte a smarrire la percezione temporale e considerare i singoli fenomeni acustici nella loro forma nuda e primigenia. Dopo l’esordio su Another Timbre (“Ressac”) e la pubblicazione inaugurale dell’etichetta Elsewhere (“Musique pour le lever du jour”), Dalibert prosegue con quest’ultima e raduna in “Cheminant” cinque brani – alcuni dei quali identificabili come “studi” – dallo stile più vario, benché tutti immancabilmente legati alla cifra minimalista che caratterizza tutto il suo operato.

L’autoesplicativa “Music In An Octave” – dedicata a David Sylvian, anche qui responsabile del progetto grafico – è un esercizio di espressività entro i margini ridotti di un’unica ottava: come una natura morta che si tinge di luci, ombre e cromie nuove a ogni ora del giorno, così gli accordi combinati sui tasti adiacenti tratteggiano una figura sonora immota eppure sempre cangiante, i cui contorni si dissolvono nell’arco di pochi secondi per poi riaccendersi in una loro variazione quasi impercettibile, volta unicamente a sottolinearne la quieta presenza.
Con tutt’altra vivacità la mano destra disegna i rapidi riflessi acquatici di “Percolations” – con dedica a Yuko Zama, fondatrice di Elsewhere – il cui mulinare spiraliforme si sviluppa anch’esso attorno all’innesto di un’unica tonalità maggiore, sulla scorta dei processi additivi tipici del primo Philip Glass e dei brani per piano solo di John Adams (“Phrygian Gates”, “China Gates”). Di analoga ispirazione anche il conclusivo “Étude II” che, per mezzo del medesimo pulsante martellare, ottiene dense e luminose accumulazioni di risonanze, memori della “Strumming Music” di Charlemagne Palestine.

È rivolta al compositore statunitense Peter Garland la breve “From Zero To Infinity”, adagio in regolare 4/4 nel quale si insinuano dissonanze talmente lievi da ispirare un senso di impalpabile inquietudine al di sotto della superficie “geometrica” del brano.
Infine il fulcro della pubblicazione cui dà il titolo, dedicata al collega pianista Reinier van Houdt: alla maniera puntillistica del tardo Feldman, la suite “Cheminant” intesse ieratiche quartine ascendenti, ognuna delle quali si differenzia dalla precedente per una sola nota, oltre che per l’ordine della sequenza e i suoi intervalli; venti minuti che godono dell’equilibrio perfetto di una formula matematica – laddove la commutazione degli elementi mantiene intatto il risultato – e assieme della sublime levità di un haiku giapponese, poesia di una realtà e di un sentire còlti nei loro tratti più puri ed essenziali.

È in brani come questo che la discreta rivoluzione di Melaine Dalibert continua a manifestarsi in maniera cristallina: musica “semplice” nella teoria ma insidiosa nella pratica, in quanto richiede disciplina e dedizione assolute per ciascun gesto sonoro, microcellula di un quadro potenzialmente infinito che lascia soltanto all’ascoltatore il privilegio dell’abbandono, quasi dell’annullamento in una dimensione tonale ammantata di eburneo splendore.

(12/07/2019)

  • Tracklist
  1. Music In An Octave
  2. Percolations
  3. From Zero To Infinity
  4. Cheminant
  5. Étude II
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