Mikal Cronin

Seeker

2019 (Merge) | power pop, songwriter

C'è musica epica e musica epica. Certo post-rock, così come tanta modern classical e ovviamente la musica classica vera e propria, in misura minore qualche metal e il synth-pop più tronfio si prestano bene a sonorizzare scenari eroici o tragici. C'è poi musica che suona epica in maniera diversa, più intima e timida, soprattutto più umana, rockettini dal sapore di rivalsa, infusi di quell'afflato tipico delle storie di periferia nord-americana, o folk dimesso ma carico di lacrime, pronto a risolversi in voci rotte e qualche riff più gracchiante: canoni perfetti per commentare la scena strappalacrime di questo o quell'altro film indie degli anni Zero, soundtrack involontarie per il vincitore della prossima edizione del Sundance, potremmo azzardare.

Di questa seconda categoria, la Merge è una vera e propria specialista, basterebbe citare due o tre titoli che immagino vi vengano in mente senza il nostro sussidio (dal catalogo di Arcade Fire, Archers Of Loaf, Spoon e se vi fa piacere buttarla sul raffinato anche Destroyer). Di questo genere di canzoni Mikal Cronin, che è di casa a Merge ormai dal 2013 (anno del meraviglioso "MCII", ad oggi suo capolavoro), ne ha a questo punto scritte tante. Nel suo caso, il discorso si fa però più complicato, perché il mood da coming of age viene combinato mai banalmente alla turbolenza del garage e del power pop, nonché screziato da mille riferimenti a 60's e 90's e chincaglierie psichedeliche – non va dimenticato che Cronin è collaboratore di lunga data di tutti i pezzi da novanta dell'attuale scena psych californiana, da John Dwyer a Ty Segall, per il quale suona abitudinariamente il basso oltre a condividervi vari progetti collaterali.

Con la sua copertina sfocata e notturna, "Seeker" è quello che potremmo definire il disco della maturità di Mikal Cronin (ad oggi trentacinquenne), il suo lavoro più misurato, meno agitato ed euforico, quello con meno effetti speciali (abbandonate ogni speranza di imbattervi in un solo di tzouras impazzito nel mezzo di una canzone come accadeva in "Gold"), quello che dunque si svela più lentamente, ma molto probabilmente anche quello più durevole.
"Show Me", ad esempio, è una delle sue canzoni più tradizionali, ma grazie a una melodia da cantare a squarciagola e a quel delizioso inserto di piano nel mezzo sarà difficile dimenticarla – sarebbe piaciuta tanto ad Alex Chilton, per dire. Lo stesso vale per "Feel It All", una canzone in rincorsa che fa squillare le trombe sul finale; o per "Fire", dove le trombe permangono, ma per rimarcare un'atmosfera più tesa e drammatica, da sgretolare poi con un assolo sgangherato che perde corde per strada.

A ben vedere, la cura dei dettagli è però sempre la stessa. Pur non rinunciando alla patina grezza d'ordinanza del garage, Cronin è un artigiano pop sensazionale, che sa dove piazzare ogni ammennicolo, dal più vistoso a quello invisibile, fino all'accentuare gli altri sapori di una composizione. Un paio di esempi in questo disco potrebbero essere il riff di trombone di "I've Got Reason", la maniera in cui le chitarre e l'organetto puntano il faro sulla piano ballad al buio "Sold", o gli archi che spennellano la tensione sul retro delle percussioni febbrili e storte e dell'elettricità di "Shelter", ma in realtà un paio di queste piccole magie vengono realizzate in ogni canzone.
La breve e ruzzolante "Caravan" apre una sezione finale di disco molto americana, dove la fanno da padroni un'armonica dylaniana e dilaniata (una "Guardian Well" fantasticamente polverosa) e i fiati che trionfano lungo l'accorata "Lost A Year", un'altra canzone che ti ritrovi a cantare dopo il primo ascolto.

(01/11/2019)

  • Tracklist
  1. Shelter
  2. Show Me
  3. Feel It All
  4. Fire
  5. Sold
  6. I’ve Got Reason
  7. Caravan
  8. Guardian Well
  9. Lost a Year
  10. On the Shelf


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