La storia del pop è sempre stata contrassegnata dal successo di artisti che nella loro musica hanno intercettato la sessualità giovanile (nell’accezione più ampia e non solo fisica).
Duran Duran,
Madonna,
Michael Jackson e, a dirla tutta, anche i
Beatles devono il loro status di popstar anche a questa empatia emotiva.
Quando nel 2014 Shura (Alexandra Lilah Denton) con la complicità di Joel Pott (Athlete) ha messo a punto il singolo “Touch”, la magia del pop si è rinnovata, intercettando questa volta la moderna generazione
fluid sex e Lgbt. Con un algido tocco synth-pop anni 80, un video costruito su una sequenza di baci tra coppie sessualmente variegate e un moderno
mood introspettivo, Shura si è guadagnata un posto di rilievo nella musica pop, rinsaldato da un esordio maturo e consapevole e uno stile che per alcuni versi rappresenta l’
alter-ego queer di
Lana Del Rey. Il
difficult sophomore album giunge a tre anni di distanza, con un cambio d’etichetta (dalla Polydor/Universal alla Secretely Canadian) che offre una prima indicazione sulla direzione artistica di “Forevher”. Un raffinato tocco soul e un romanticismo dai connotati spirituali caratterizzano le undici nuove canzoni dell’artista inglese; i ritmi sono sempre frizzanti, meno sintetici e mai eccessivi, con uno stile pop piacevolmente retrò.
Restano in prima linea i riferimenti a
Janet Jackson e Madonna, evidenti nel delizioso
uptempo r&b di “The Stage” o nella provocazione di “Religion (U Can Lay Your Hands On Me”), quest’ultima destinata a raccogliere il testimone della celebre “Touch”.
Con “Forevher” l’artista mette in gioco non solo il lato
glamour, ben rappresentato dalle
groovy e sensuali “Side Effect” e “BKLYNDLN”, ma anche quello più intimo. Shura allarga gli orizzonti catturando suggestioni cantautorali alla
Carole King (“Flyin’”) o
Elton John (“Tommy” e la già citata “The Stage”), romanticismo e sentimentalismo vanno di pari passo, graziati da arrangiamenti meno algidi, synth vellutati, ritmi più naturali e raffinatezze pop contornate da testi arguti (“Princess Leia”).
Non tutto funziona però alla perfezione: la linearità dei testi e il languore che si impossessa del corpo centrale dell’album alimentano qualche dubbio sulle possibili evoluzioni future di un
sound che paga un grosso tributo a una delle stagioni pop più controverse, gli anni 80. Con un paio di melodie più incisive e una varietà meno forzata, “Forevher” avrebbe permesso all’artista di entrare definitivamente nell’olimpo della moderna
pop music. La sensazione è che le innovative premesse concettuali (l’amore nell’era Lgbt) non trovino un riscontro all’altezza nella sonorità a tratti prevedibili e normalizzate.
Resta comunque un ascolto più che amabile, mai tedioso, anzi, con alcuni spunti decisamente coraggiosi, come il pop psichedelico che chiude egregiamente l’album, “Skyline, Be Mine”, che congiuntamente a quei tre o quattro episodi di rilievo sopracitati, tiene salda la curiosità per le future gesta discografiche della cantante inglese.