Tool

Fear Inoculum

2019 (Tool Dissectional/Volcano Entertainment II) | progressive rock/metal

Tra cause legali, annunci di rinvii, varie conferme poi smentite subito dopo sulla data di uscita, velati attriti tra Maynard e il resto del gruppo e una certa goliardia nell'uso dei mezzi social per comunicare con i fan, i Tool ci hanno messo ben tredici anni prima di tornare sulle scene con "Fear Inoculum".

L'album è corposo e mastodontico, con ben 86 minuti di durata, articolati in dieci canzoni di cui oltre metà oltre i 10 minuti e il resto composto quasi esclusivamente da interludi ambientali. Questa volta il gruppo si dedica a briglie sciolte a un sound meno alternative-metal e squisitamente in linea con il progressive-metal, cosa che gli americani non avevano mai fatto così esplicitamente. Il risultato è un lavoro cerebrale, articolato, fumoso e avvolgente. Nei pezzi chitarristici più stratificati si sente anche l'influenza del Dave Navarro dei primi due dischi dei Jane's Addiction. La produzione cerca di suonare oscura e secca, purtroppo rendendo compressi i suoni di chitarra e batteria, ma non troppo.
A farla da padrone sono lunghi intrecci strumentali, ai quali dà il La un Adam Jones mai tanto maturo e solido nelle parti soliste e che traina le canzoni. Jones è perfettamente in sintonia con il mood riflessivo e oscuro dell'album, ma all'occorrenza tira fuori riff più aggressivi che risultano vicini ai momenti più pesanti di "10,000 Days", prima di riabbracciare un sound maggiormente sofisticato. Justin Chancellor e Danny Carey invece sfoggiano una sezione ritmica mostruosa, tecnicissima ma sempre contenuta, senza divagare in virtuosismi sbrodolati. In generale il disco è guidato e dominato da Adam Jones, con Danny Carey spesso a rubare i riflettori con la sua disinvolta maestria e a riempire la sezione ritmica con performance percussive variegate e sperimentali, a volte ancora più creative nei suoni, negli incastri e nei numerosi cambi di tempo rispetto ai dischi precedenti, con giochi dinamici imprevedibili e al solito complessi e non scontati. Non è esagerato considerarlo uno dei migliori batteristi viventi. I tre sono il nucleo portante di tutto il disco e agiscono in sinergia come un corpo unico, anche se Chancellor stavolta compie un passo verso la penombra se paragonato a quant'era importante il suo apporto nei dischi precedenti.

Invece, a sentirsi poco è Maynard James Keenan, sia quantitativamente perché sono relativamente pochi i passaggi in cui interviene, sia qualitativamente perché la sua voce ha un'estensione più ristretta ed è molto meno potente che in passato, anche quando cerca di sfoderare urla impetuose. Occasionalmente Maynard cerca di seguire tonalità più soffuse ed effettate, per certi versi vicine alle linee vocali di "Eat The Elephant". In generale, l'impressione degli ultimi tempi è che il rapporto tra lui e il resto del gruppo si sia un po' raffreddato, o meglio che Maynard sembri più disinteressato e meno dedito ai Tool (preferendo concentrarsi sui Puscifer o sui redivivi A Perfect Circle). Ciò si ripercuote sull'espressività complessiva dei brani, dato che tutti sono ottenuti a partire da composizioni a sé stanti sulle quali l'istrionico frontman americano aggiunge poi la sua interpretazione canora, qui meno coinvolta rispetto agli standard del gruppo. Maynard suona molto più distaccato rispetto ai dischi precedenti, e in molte parti in cui la musica chiamerebbe la voce, preferisce stare in silenzio e far parlare gli altri strumenti, una scelta che molto più raramente aveva operato in precedenza. Con l'eccezione di "Culling Voices", pezzo che perderebbe tutta la sua potenza espressiva senza le grandiose linee vocali orientaleggianti e melodicamente cangianti, "Fear Inoculum" è decisamente un disco non incentrato su Maynard e in questo squilibrato rispetto ai precedenti. Eppure, gli esempi di "Pneuma" e "Invincible" in particolare mostrano come funzionare alla grande anche con questo schema, e le loro parti vocali, scelte tatticamente e con parsimonia, entrano immediatamente in testa. Rimane un eccellente vocalist, semplicemente nella sua carriera questa è tra le sue performance meno convincenti. I suoi testi sono particolarmente criptici, la tematica ricorrente sembra essere il 7, e per lo meno sono inclusi per la prima volta nella release

La title track è in teoria anche il singolo d'anticipo del disco, resa disponibile tre settimane prima dell'uscita. Le atmosfere sono esotiche e vagamente psichedeliche, ricordando in questo i momenti più tribali di "Lateralus" (come la lunga "Reflection"). Si tratta di una meditazione buddhista zen sulla conquista del nemico (in questo caso la paura) senza ucciderlo, ma riconoscendolo e guardandolo fuggire. La progressione, che si svolge lenta e inesorabile come le spire di un serpente, viene enfatizzata dai rintocchi etnici di Carey e dalla voce delicata di Maynard, e sbocca poi in "Pneuma", meditata e cadenzata, fedele ai canoni dei Tool più riflessivi prima di sfociare in un prog-metal più bruciante, con gli ultimi 4 minuti (dallo stacco esotico elettro-etnico al climax cantato, il tutto percorso da un Carey al di là dell'umano) a costituire uno dei vertici compositivi ed emotivi del disco. I suoi iniziali umori tenui anticipano "Invincible", rarefatta e dalle percussioni ipnotiche e inesorabili, inizialmente mesmerizzante per poi susseguirsi in un crescendo lisergico che lascia il posto ai filtri vocali di Maynard e nella conclusione a un climax di riff distorti. La canzone parla di un vissuto guerriero, tornato sul campo di battaglia e "struggling to remain consequential", il che può essere letto come metafora del gruppo, o del fare arte in generale. Dopodiché evolve in una lenta, eccezionale progressione fino alla super-catchiness del riff tritasassi in cavalcata e poi dei fuochi artificiali chitarristici di Adam Jones. La maniera con cui la band sviluppa in crescendo i primi 8 minuti è magistrale, e trova un perfetto climax nel modo in cui poi stacca con l'intermezzo semi-sintetico e riattacca con calcolata furia. Così come nella title track, ipnotizza qui specialmente il lavoro di basso di Chancellor, che altrove in questo disco (al contrario che in "10,000 Days") ruba raramente la scena a Jones e Carey.
I toni enfatici esplodono poi nella maestosa "Descending", che per come inizia potrebbe essere un pezzo degli A Perfect Circle, salvo poi entrare in territori epici e trascendenti, con un uso delle progressioni armoniche a creare un picco di drammaticità forse anche fin troppo esplicito, ma se non altro con un Jones ancora una volta stratosferico. Come in "Pneuma", anche qui gli ultimi 4 minuti sono la parte migliore, e hanno dell'incredibile. È in effetti uno dei picchi compositivi di tutta la carriera per Jones, con le lunghe parti in cui si ritaglia un ruolo in primo piano e di cui ha chiaramente studiato in dettaglio maniacale ogni nota, dando vita a una prestazione d'impatto emotivo e con un'attenzione al dettaglio ai livelli di "Lateralus" e dei Jane's Addiction dei tempi d'oro.
"Culling Voices" rientra nei binari dei Tool più riflessivi e malinconici, con tonalità minimaliste e umori psicanalitico-esistenzialisti prima che subentri una chitarra cadenzata e psichedelica.

Il vertice del disco è indubbiamente la sezione "Pneuma-Invincible-Descending", il cuore espressivo e compositivo dell'opera. Domina lungo tutto il disco un mood che forse è il più maturo e oscuro di sempre del gruppo, perfino in confronto al precedente "10,000 Days" - che, tolte le sue due title track, finisce incredibilmente per suonare post-adolescenziale in confronto a "Fear Inoculum".
"Chocolate Chip Trip" è invece un lungo intermezzo ethno/ambient, con un giro di sintetizzatore da atmosfera cyberpunk che apre e viene ripetut in loop, poi raggiunto da un lungo assolo di batteria di Carey, con tappeti percussivi minimalisti alla Steve Reich sfocianti in un fiume di rullate al cardiopalma.
"7empest", infine, è la suite più lunga dell'album (15 minuti) e mostra il lato più aggressivo dell'album: aperta da un arpeggio che ricorda "Frame by Frame" dei King Crimson, ha il climax in uno strepitoso assolo allucinogeno di Jones, che, tra riff semi-sludge e fraseggi effettati, si muove per tutto il pezzo tra King Buzzo e Vernon Reid; ma a parte questo, il brano suona come un patchwork di riff e idee mancante della scintilla compositiva unificatrice che gli dia un'anima: sembra voler andar incontro al manierismo e al fan service )con tentativi fin troppo espliciti di replicare ora "Vicarious" ora metà dei pezzi di "Undertow") più che essere genuina, col risultato che dal basso alla voce, nonché in questo caso perfino al testo, ci sia una sensazione di stanchezza e compito per casa, rischio che a dirla tutta molti si aspettavano da questo comeback, ma in realtà fortunatamente assente dagli altri brani.
Dei brevi intermezzi ambient/elettronici, il dark-ambient thriller di "Legion Inoculant" si amalgama bene nel flusso e funzionerebbe bene nella colonna sonora di un lavoro di Lynch, mentre sono decisamente trascurabili "Litanie contre la Peur" e la conclusiva "Mockingbeat".

In tutto questo, però, manca un elemento importante: la portata rivoluzionaria, che aveva reso alcuni dei precedenti album dei Tool delle pietre miliari a cavallo tra i due secoli, qui lasciata stare a favore di un raffinato e sapiente consolidamento delle coordinate più complesse del gruppo. "Fear Inoculum" da questo punto di vista non soprende, risultando piuttosto un ottimo seguito dei momenti più progressivi di "Lateralus" e della compattezza adulta e oscura che domina su una buona parte di "10,000 Days". Una conferma che le doti compositive ed esecutive del quartetto non si sono affievolite con gli anni. 

Contributi di Alessandro Mattedi

(31/08/2019)

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