Tool

10000 Days

2006 (Volcano) | post-metal, post-rock

Il silenzio è stato tutto ciò che ha circondato i Tool in cinque anni, tenendo all’oscuro quanti attendevano il seguito di "Lateralus" da tutto ciò che balenava nelle menti dei componenti del gruppo, alla ricerca costante di nuovi immaginari da scoprire, passaggio dopo passaggio, costruzione dopo decostruzione. "10000 Days" è la ricomparsa, la nuova manifestazione degli immaginari creati dalla band in precedenza: dapprima con "Ænima" e il suo sanguinante bisogno di espressione, quindi con "Lateralus" e il suo mondo abbietto e claustrofobico. Due sagome e filosofie unite ma distanti, attraversate da un filo conduttore che è la mente umana, affollata di indecifrabili spettri. E sono proprio questi spettri a essere ora rappresentati in "10000 Days".

La forma caotica e circolare viene aggredita da un'urgenza espressiva che nei dischi precedenti non si era mai incontrata in modo così perfettamente chirurgico come nella traccia d’apertura: "Vicarious" si accosta a un turbine in crescendo, in un'apocalisse che si manifesta nella spietatezza retorica (ma non banale) del testo, un j’accuse sullo scempio mediatico del dolore. La religiosità di Keenan che cozza contro la brutalizzazione, per coniugarsi con un’aggressività strumentale più secca e nuda, un vortice potente che stupisce laddove la voce scandisce come un motivetto pop "La, la, la, la, la, la-la-lie", portando sullo stesso piatto il ridicolo e la stupidità. La ruvidezza del suono e la continua costruzione—decostruzione ricorda i Meshuggah tanto quanto gli Slint e il movimento "post"; e se i primi possono essere chiamati in causa per "Jambi", sorta di "Pushit" del nuovo millennio, carica di aggressività animale e ambivalenza tra rabbia e amore, tutta l’esperienza post-rock viene invece riletta dai Tool nella title track (in due movimenti), che rappresenta uno dei picchi artistici ed emotivi del gruppo.

"10000 Days": diecimila giorni per 27 anni di dolore. Un brano incentrato sul profondo rapporto di Keenan con la madre Judith, con la voce sussurra e scandisce i versi intrisi di gratitudine e disperazione: "Didn’t have a life. But surely saved one". La rarefazione degli strumenti ricorda le atmosfere eteree dei Labradford, che vengono poi caricate di pathos nella seconda parte, in cui il ritmo diventa nervoso e incalzante; il pulsare di batteria e basso in crescendo assieme alla chitarra di Adam Jones costruiscono un ambiente paranoico e claustrofobico, in cui si dibatte la necessità di riappacificazione con il proprio passato da parte di Maynard. È questa la chiave di lettura per ciò che precede e segue nel disco; appare chiaro come tutto sia volto a celebrare e ritualizzare un rapporto madre-figlio difficile e turbolento, e per la prima volta i testi mostrano chiaramente un lato umano estremamente sensibile, un impatto emotivo violento e senza compromessi lirici.

Da qui si snoda un percorso di autoanalisi, in cui vengono rivissuti tutti gli ostacoli e le difficoltà di relazione, ed è emblematico l’esempio di "The Pot" in cui lo stesso Keenan fa il verso alla madre in apertura di canzone, per poi scendere in un inferno sonoro che strizza l’occhio al post-core e ad accelerazioni vicine, per irruenza, a "Lateralus". Proprio dal disco precedente sembra essere uscita la base costruttiva di "Rosetta Stoned", dove il drumming torna a essere potente e continuo, alternando, con modalità forse un po’ troppo di maniera, momenti di tensione con dilatazioni ritmiche, sui cui fluiscono come un magma le parole e i riff serrati della chitarra di Adam Jones.

Il trittico finale, come da prassi, rappresenta un leggero distacco sonoro dal resto dell’album. La litania di "Intension" è un lento addio agli incubi che avvolgevano le precedenti tracce. Percussioni africane e un basso morbido costruiscono un tappeto per la nenia recitata: il distacco avviene totalmente, e proprio nell’ottica del tornare in sé stessi si sviluppa "Right In Two", la parte razionale cerca i perché di tutto quel che è successo; in un crescendo parallelo tra consapevolezza e potenza del suono, vengono riprese le percussioni e il panorama sonoro si dilata, divenendo una scia in cui Keenan ripete la frase "cutting our love in two", a simboleggiare la necessità dell’abbandono.
La chiusura è affidata all’indecifrabile "Vigenti Tres", nella quale si rinnovano rumori somiglianti a un respiro affaticato e stanco, o forse altro. Su questo si sveneranno i cervelli dei codificatori tooliani, sebbene questo disco si presenti molto meno ermetico dei precedenti. La svolta verso un suono più diretto e comunicativo è palese, così come la capacità di creare una proposta unica sul panorama musicale attuale. A evolversi è il modo di comunicare, e con questa ennesima svolta i Tool marchiano a fuoco una decade esatta, cominciata nel 1996 con "Ænima".

(27/04/2006)

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