Uzeda

Quocumque Jeceris Stabit

2019 (Overdrive/Temporary Residence) | noise-rock, post-hardcore, alt-rock

Diciamo la verità, erano in pochi a seguire gli Uzeda in quegli anni 90 elettricamente vitalizzati da grunge, post-hardcore e noise, una formazione che divenne un’eccellenza nella propria nicchia, animando centri sociali e minuscoli live club (spesso improvvisati per l’occasione) a beneficio di un pugno di fedelissimi. Ma coloro che ebbero la fortuna di vederseli passare sotto casa colsero la luce dentro quel fuoco sonoro, rimasero storditi da quell’atteggiamento così Dischord/Touch & Go che finalmente qualcuno riusciva a riprodurre anche dalle nostre parti. Nel loro piccolo, gli Uzeda negli anni 90 furono come i Velvet Underground a fine 60: chiunque li vide armeggiare sul palco decise di mettere in piedi una band, e alcune di quelle band divennero famose, anche più degli Uzeda stessi.

Lessi un’intervista qualche anno fa agli Uzeda, i quali affermavano di non potersi dedicare alla musica a tempo pieno: per poter vivere dovevano avere un “lavoro vero”. E’ il dramma degli artisti, il dramma di una formazione divenuta paradossalmente più famosa negli Stati Uniti che in Italia, l’unica in grado di stringere un sodalizio di ferro con lo spigoloso Steve Albini. Il dramma di un mercato troppo piccolo per essere remunerativo, e oggi, con i dischi che non si vendono, il problema diviene ancor più angosciante. La loro presenza discontinua sul mercato non ha mai fatto bene alla scena alternativa nazionale, che ha bisogno di punti di vista poco allineati. Da sempre autogestiti, in perfetto Fugazi-style, gli Uzeda ripartono da una frase in latino, traducibile come “ovunque lo getti sta in piedi”, firmando un benvenuto nuovo album di inediti denso di significati a tredici anni da “Stella” (ma in mezzo c’è stato il proficuo progetto Bellini), a un anno esatto da un paio di concerti organizzati per festeggiare il trentennale di attività.

Proprio in quei giorni scoccò la scintilla che ora conduce a otto nuove tracce, “piene” ma essenziali. Gli ingredienti di base son quelli di sempre: ritmiche nervose (“Blind”), vorticosi saliscendi umorali (“Speaker’s Corner”, “Nothing But The Stars”), improvvisi squarci elettrici a fendere armonie provvisorie (“Deep Blue Sea”), la voce di Giovanna Cacciola che si fa ora “dolce” ora contundente (“Mistakes”).
Non sfuggirà la particolarità di un suono complessivamente più “pulito”, quel senso di ruvidezza a suo modo “melodico”, questa volta più di un tempo, come ben rappresentato nel lavoro di fino svolto, ad esempio, in “Red”. Un "caos ordinato" che si ricongiunge al passato, in particolare nei brani posti alle estremità del disco, le dirette “Soap” e “The Preacher’s Tale”.

Quanto ci sono mancati questi quattro musicisti che hanno contribuito in maniera proattiva a costruire un’estetica. Fin quando si parlerà di “noise-rock”, gli Uzeda saranno un nome imprescindibile, e non solo entro i nostri confini.

(01/08/2019)

  • Tracklist
  1. Soap
  2. Deep Blue Sea
  3. Speaker’s Corner
  4. Mistakes
  5. Nothing But The Stars
  6. Red
  7. Blind
  8. The Preacher’s Tale
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