Otis Sandsj÷

Y-Otis 2

2020 (We Jazz) | jazz

Sassofonista, classe 1987, nato a Göteborg, Otis Sandsjö suona un po’ con questo un po’ con quello, pubblica un suo disco nel 2018 e lo stesso anno partecipa alla registrazione di “Typewritten”, opera prima di Matt Calvert, ovvero il chitarrista dei math-rocker Three Trapped Tigers. Lo si incontra di nuovo il febbraio successivo, ancora in compagnia di Calvert, in “Æ” di Anton Eger, anima ritmica del jazz supercervellotico dei Phronesis.
Di come “Æ” sia uno dei dischi-simbolo del nu jazz degli ultimi anni si è già detto altrove. Certamente è ancora presto per affermare con certezza che rappresenti uno spartiacque o una qualsivoglia pietra di paragone per il jazz a venire; certo è però che, almeno per le scelte stilistiche di Otis Sandsjö, la partecipazione alla band di Eger marca un prima e un dopo. “Y-OTIS 2”, come da titolo seconda prova solistica del sassofonista, vede una formazione pressoché sovrapponibile in fatto di composizione a quella del primo Lp, ma sul piano stilistico segna una netta sterzata nella direzione cerebral-futuristica dell’album di Eger. Quasi una versione “2.0” di “Æ”, il nuovo disco di Sandsjö è infatti un’apoteosi di ritmi fratturati, basculamenti elettronici, timbri alieni che sono talmente filtrati da non permettere più di riconoscere che cosa sia sintetico e cosa no.

Volendo evidenziare gli ingredienti chiave dei dieci pezzi che compongono l’album, non è in realtà il sax del leader a balzare all’occhio per primo. Versatile, zigzagante, melodicamente efficace quando serve e all’occorrenza anche capace di farsi sognante ed evocativo, non svolge un ruolo tanto centrale quanto la batteria del tedesco Tilo Weber o i synth di Dan Nicholls aka Strobe Nazard, già cogli Strobes e con Squarepusher nel progetto Shobaleader One.
È infatti nelle compenetrazioni elettroniche che si esplicita appieno l’estetica visionaria alla base di “Y-OTIS 2”. Il drumming di Weber espropria e trascende lo stile unquantized introdotto da J Dilla e portato all’estremo da Flying Lotus: quelli che nelle tracce dei due americani sono beat sdruccioli, grassi e fuori fase — ottenuti disaccoppiando colpi e accenti rispetto al metronomo — diventano qui come in “Æ” grovigli instabili e mutaforma, tanto apparentemente pigri quanto pronti a evoluzioni repentine e squassa-certezze. Si vedano a titolo di esempio i giochi di rallentamento e i lunghi cicli ritmici a base pseudo-latina di “tremendoce”, o le alternanze tra calma piatta e garbugli asincroni che dominano “atombahn”: che si intenda o meno concentrare la propria attenzione sul tentativo di star dietro ai voltafaccia ritmici, è soprattutto una sensazione di lunare spaesamento a emergere dalle invenzioni batteristiche.

Fondamentale è anche l’apporto di Nicholls, che sostituisce in questo disco il precedente e più quadrato tastierista Elias Stemeseder. Il suo stile guizzante, gorgogliante perfino, appare assai più giocato su colorazioni ipersintetiche e ammassi sonori proteiformi che su note chiaramente individuabili e timbri riconducibili a strumenti noti all’uomo. In “oisters” si rincorrono suoni oscillanti, glissando fantascientifici, bleep, mezzi fischi e singhiozzi vari, dando forma a un paesaggio sonoro astratto e solo blandamente umano, in cui il baldanzoso sax di Sandsjö risulta essere l’unico baluardo di familiarità. In “fruehling”, le chiazze free-form e i ticchettii videogiocosi sparpagliati per il pezzo sono essenziali per la costruzione di un’atmosfera obliqua, che unisce inerzia e imprevedibilità.

Non si deve pensare che il disco sia solo sax, tastiere, batteria. La tavolozza strumentale è ampia, e comprende anche basso, violoncello, flauto, clarinetto (quest’ultimo previdibilmente suonato dallo stesso Sandsjö). In “bobby” spunta anche la tromba dell’ospite Ruhi-Deniz Erdogan. Il pezzo, pesce fuor d’acqua in un album di pesci fuor d’acqua, è una pazzia friggi-cervello a un passo dalla deconstructed club, con microframmenti vocali post-dubstep che rimbalzano su staccato di sax, elefantiaci bassi sintetici e imprendibili beat elettrificati. Si tratta forse dell’apice stilistico del disco, quello che più di ogni altro mostra come quello intrapreso da Sandsjö (e con lui da Eger, dagli STUFF. e, c’è da augurarsi, da un crescente numero di artisti a venire) sia un cammino in perenne bilico tra iperstrutturazione e destrutturazione estrema, capace di combinare visionarietà, barocchismo e sana cazzoneria per dar forma a orizzonti interamente inesplorati di astrattismo emotivo e mindfuck.

(03/09/2020)

  • Tracklist
  1. waldo
  2. tremendoce
  3. oisters
  4. abysmal
  5. koppom
  6. ity bity
  7. sapiens
  8. bobby
  9. fruehling
  10. atombahn
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