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In The Haunted Woods

2020 (Solarbear) | post-rock, alt-folk

Tra oscurità gothic, murder ballad, e sonorità folk dal tono rituale, il ritorno della band di Newcastle è un nuovo affascinante viaggio tra boschi incantati e maestosi, alla ricerca di suoni ancestrali e racconti che profumano di terra e pioggia.
Balzati agli onori della critica nel 2012 con l’esordio “For The Brave And Troubled”, scomparsi dal fronte discografico dopo l’album “Of Ghosts” (2014), gli Agency… sono un collettivo musicale che gravita intorno alle figure di Steve Beyer (chitarra solista), Steven K Driver (chitarra e voce) e Andy Ludbrook (basso), ma la natura della formazione è mutevole e cangiante, a tal punto che per “In The Haunted Woods” l’organico si è allargato a ben undici elementi.

La band è artefice di un post-rock dalle raffinate tinte pittoriche e letterarie, caratterizzato dal tono plumbeo della voce di Steven K Driver, che parte della critica ha accomunato a Nick Cave, ma che ad onor del vero pesca in quel territorio musicale che dagli Echo & The Bunnymen giunge a John Murry.
Gli Agency… cantano l’animo malsano del rock, per certi versi lo stesso dal quale i Protomartyr catturano rabbia e sofferenza (“Defender”), ma con una spiritualità folk-blues che ha il passo letterario di Leonard Cohen (“Abigail”), il graffio esistenzialista dei Doors (“The Last Time”) e quelle nuance jazz che tanto hanno contribuito alla mitizzazione del primo album degli Spain, “The Blue Moods Of Spain” (“To Fumble is Divine”).
“In The Haunted Woods” è un disco che ha il bouquet agrodolce di una grappa profumata di fiori e frutta, solenne e altezzoso nello spazio angusto di una sola canzone (“Numb”), i protagonisti delle tante storie sono non solo anime viventi, ma quei fantasmi che già affollavano il precedente album, o sono quelle anime vaganti in cerca di ristoro e conforto che Cave ha collocato definitivamente nell’immaginario rock (“Poor Robin”).

Album solido e compatto, il terzo lavoro dei Agency… non è un disco dal fascino comune, nonostante i vari echi stilistici evocati c’è tanta personalità e autonomia, non solo negli arrangiamenti sontuosi e vellutati, non privi di una ruvidezza che non ha nulla in comune con la scontrosità quanto con il mal de vivre alla Baudelaire, ma anche nella scrittura delle canzoni, in più casi ben al di là delle citazioni sopra esposte.
Quando la band mette a nudo il rigore acustico di “Two Strangers”, carezzandolo con bouzouki e cajon, o sviscera le spettrali armonie che assurgono a ruolo catartico della splendida poesia noir “Summer Town”, c’è una profondità del lessico armonico che resiste al fascino temporale della musica pop e rock.

Come il Lou Reed di “New York”, i ragazzi di Newcastle raccontano di luoghi e spazi perduti, catturando nei pochi minuti di una canzone come “Diplomacy” una poetica sempre più affine al racconto e alla letteratura. Al pari di Mark Lanegan, gli Agency… creano una trance folk-noir che fa da collante tra le varie anime della band, tenendo a bada anche l’intromissione dei synth, in un’altra delle pagine più profonde del disco, “Affluent”, una preghiera laica che è quel canto della terra e della natura che la band inglese celebra con un'opera ispirata e originale.

(21/02/2021)



  • Tracklist
  1. Numb 
  2. Defender 
  3. To Fumble is Divine 
  4. The Last Time 
  5. Abigail 
  6. Affluent 
  7. Poor Robin 
  8. Summertown 
  9. Diplomacy 
  10. Two Strangers 




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