Agnes Obel

Myopia

2020 (Deutsche Grammophon) | neoclassical, chamber-pop

Se ve ne fosse ancora stato bisogno, il sigillo definitivo alla consacrazione di Agnes Obel è arrivato dalla Deutsche Grammophon, storica etichetta leader mondiale delle pubblicazioni dedite alla musica classica, che l'ha ingaggiata per il suo nuovo album, "Myopia". Un marchio doc, raramente concesso ad artisti estranei al circuito accademico e motivato dal presidente dell’azienda, Clemens Trautmann, con la capacità dell’artista danese di “riuscire con ogni canzone o brano strumentale ad aprire piccoli universi, raggiungendo in questo modo un pubblico più vasto con creazioni sofisticate”. Come se non bastasse, a diffonderne la produzione oltreoceano è scesa in campo la non meno influente Blue Note. Insomma, c’era grande attesa per questa nuova uscita dell’affascinante musa di Copenaghen, pienamente ripagata da queste dieci composizioni rilucenti come schegge di cristallo.

Sospesa in precario equilibrio tra l’austerità dei suoi maestri classici (su tutti, compositori francesi come Debussy, Ravel e Satie) e l’attitudine pop di piano-girl impertinenti come Kate Bush e Tori Amos, la trentanovenne cantautrice di stanza a Berlino si è chiusa nel suo studio in (quasi) completa solitudine per cesellare i suoi tenui bozzetti melodici sviluppando nuove tecniche di registrazione e inseguendo una dimensione sonora sempre più onirica ed evanescente, con ballate da camera moderne, tornite di raffinate partiture pianistiche e appena increspate da corde pizzicate, flebili beat e tastiere opalescenti.
“Myopia” è un disco “sulla fiducia e sul dubbio”. Un lavoro intimista, dunque, ripiegato in se stesso, che lavora per sottrazione, nel nome di un minimalismo intransigente che lo rende al tempo stesso rigoroso e un po’ più ostico delle precedenti produzioni della Obel. Come se volesse celarsi dietro le sgranature di quel ritratto in copertina, filtrato da un vecchio apparecchio televisivo.

Ma, seppur prosciugato degli episodi più melodrammatici, il sostrato emotivo delle sue canzoni resta vivo, teso, a tratti palpitante. Vibrando di angosce dark nello struggente singolo “Island Of Doom”, dove il dolore per la scomparsa del padre si sublima in un surreale e macabro dialogo post-mortem (“Clean out the room and bury the body… You told me, you told me/ I'm just another fool for the earth to swallow”). Oppure esorcizzando l’insonnia, nel deliquio a occhi chiusi di “Broken Sleep”, inscenato su un liquido tappeto di piano, con versi tra i più inquietanti del suo repertorio: “Shapes of smoke, all too human/ They grow, like titans… Sea of trees, calling humans/ To hang like leaves from the willow” (“Forme di fumo, fin troppo umane, crescono come titani… Mare d’alberi che invocano esseri umani, pendenti come foglie dai salici”). E non meno ombroso è il commiato finale in punta di voce di "Won't You Call Me".

Con il minimo degli orpelli (rintocchi diafani, cori spettrali, schiocchi di dita) e con un filo di voce - a volte processata, a volte nuda come uno stelo - Agnes popola le sue trasognate pièce di nuovi fantasmi (la nymaniana “Camera’s Rolling”, le più astratte “Can’t Be” e “Promise Keeper”, quasi nei territori avantgarde di una Julia Holter), focalizzandosi sulle atmosfere più che sulle melodie, che pure non mancano, sebbene lontane dai vertici pop di una “Riverside”. A darle man forte, solo qualche sparuto ricamo di celesta, archi e violoncello (a cura di Kristina Koropecki, Charlotte Danhier e John Corban), back vocals femminili spiritati – come di sirene rimaste intrappolate nei ghiacci – sparse punteggiature di synth (particolarmente suggestive e magnetiche quelle della Enya-na title track).
In alcuni casi, non c’è nemmeno bisogno delle parole per plasmare aristocratiche partiture classicheggianti, perdute nelle nebbie del tempo (l’incalzante “Drosera”, in onore della pianta carnivora dalle proprietà medicamentose, la più sfumata “Roscian”) o ariose ballate sospinte da folate di archi sconsolati (la splendida “Parliament Of Owls”). Quasi delle colonne sonore per noir immaginari, ma del resto, si sa, la musica di Agnes Obel ha spesso fatto da sfondo a film, serie (di recente anche “Dark”) e spot televisivi.

Lavoro affascinante anche nella sua imperfezione, con i suoi fragili intarsi melodici soffiati nel vetro, il quarto album dell’artista danese è intitolato in chiave metaforica alla miopia per “restituire la sensazione di essere intrappolati in uno stato d’animo con poca visione periferica, quando ciò che rimane visibile diventa sempre più vivido”, secondo le parole della sua autrice. L’impressione, però, è che Agnes Obel ci veda benissimo e abbia sempre più chiaro il traguardo finale della sua eterea e affascinante ricerca sonora.

(14/08/2020)



  • Tracklist
  1. Camera’s Rolling
  2. Broken Sleep
  3. Island Of Doom
  4. Roscian
  5. Myopia
  6. Drosera
  7. Can’t Be
  8. Parliament Of Owls
  9. Promise Keeper
  10. Won’t You Call Me






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