Beabadoobee

Fake It Flowers

2020 (Dirty Hit) | alt-rock, power-pop

Benvenuti nel 1998. Come dite? Non è l'anno giusto? Ma non sono i Sixpence None The Richer quelli che passa la radio? E queste chitarre così esplosive? No, non può essere che il 1998! Cosa? Si tratta di una cantautrice che quell'anno non era nemmeno nata? È uno scherzo, vero? No, non è affatto uno scherzo. Classe 2000, filippina di nascita ma a Londra da quando ha tre anni, Beatrice Laus, ben più conosciuta come Beabadoobee, pare avere decisamente più anni alle spalle, tanta è la facilità con cui guarda agli anni Novanta e ne sa cogliere le nuance più intime, quasi come se le avesse vissute sulla propria pelle. Con numi tutelari i Pavement, Kimya Dawson, Elliott Smith e Daniel Johnston, la giovanissima autrice (che ha centrato anche la rotazione radiofonica italiana grazie al campionamento della sua “Coffee” nel singolo “Death Bed” di Powfu) ha appreso alla perfezione la lezione del rock alternativo statunitense, al punto che lo scarto generazionale non sembra minimamente essere un problema, tanta è la facilità con cui si muove in lungo e in largo per l'ultimo grande decennio rock e ne disvela le attitudini. Alla volta del suo primo album, la musicista ha già le idee più che chiare.
 
Risulta facile, forse fin troppo, accostare l'operato di Beabadoobee a quello di tante altre autrici armate di chitarra che negli ultimi anni hanno riportato in auge la figura della songstress rock, ma la realtà è che ha ben poco a che spartire con le varie Soccer Mommy, Lucy Dacus e Courtney Barnett. Se è vero che l'estrazione di Laus parte da solide basi indie-folk, come testimoniano anche le sue prime prove sulla media durata, la palette sonora e la polivalenza degli arrangiamenti ha fatto sì che l'espressività del sound si amplificasse a dismisura, tracciando un quadro ben più composito e affascinante. Effettivamente, quello che colpisce di “Fake It Flowers” è la ricchezza del linguaggio, una mescola che dalla base alt-rock si dirama poi nelle più svariate direzioni, toccando dream-pop, noise-rock, power-pop e più dimesse articolazioni acustiche in un quadro compatto, dalla chiara caratterizzazione. 
 
È facile perdersi insomma tra le nuance post-grunge di “Care”, con i suoi sottili cambi di tempo, e i richiami ai Cardigans più carichi di “Dye It Red”, rilassarsi tra le carezze ambient-folk di “Back To Mars” e poi lasciarsi cullare dalla malinconia dreamy di “Emo Song” (forse il momento più felice della collezione): la produzione di Pete Robertson (ex-Vaccines) fa molto per conferire alla scaletta il dovuto dinamismo, sa come tirare fuori la grinta delle chitarre (“Charlie Brown” vira quasi in territori metal) e impreziosire i momenti più piani e delicati (“Further Away” e le sue romantiche perlature d'archi), pianifica con cura le tessiture sonore e si concede anche qualche trovata inattesa (lo stacchetto psych in “Together”). Il “problema” è lei, Beabadoobee, e una vocalità che raramente sfugge a una diffusa monotonia di fondo: troppo debole per imporsi e cavalcare i tracciati chitarristici più aggressivi, troppo fatata per dare carattere ai momenti più folk, finisce spesso con lo scomparire, diventare quasi un elemento come tanti altri all'interno dei brani. Anche là dove le melodie riescono a poggiarsi saldamente sui propri piedi, il tocco flebile delle linee vocali si tramuta spesso in stucchevolezza.

L'evoluzione dal tono più dimesso e acustico di “Coffee” e degli esordi premia sicuramente la consapevolezza dell'autrice, la natura quasi in controtendenza della sua proposta. Se però vogliamo che questo 1998 diventi veramente parte degli anni Venti, è necessario un pizzico di cattiveria in più. 

(28/10/2020)

  • Tracklist
  1. Care
  2. Worth It
  3. Dye It Red
  4. Back To Mars
  5. Charlie Brown
  6. Emo Song
  7. Sorry
  8. Further Away
  9. Horen Sarrison
  10. How Was Your Day?
  11. Together
  12. Yoshimi, Forest, Magdalene






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