Jeff Rosenstock

NO DREAM

2020 (Polyvinyl) | pop-punk, emo, hardcore

Fuck off, the internet
I'm tired of circling amongst apologists
who love ignoring the reality
of unarmed civilians executed publicly
they want you to be a ghost
when they rob you of your hope
Mentre scrivo queste righe, gli Stati Uniti sono in fiamme. La morte di George Floyd e il video agghiacciante del suo fermo - un poliziotto con il ginocchio premuto sul collo dell’uomo per minuti e minuti - hanno fatto il giro del mondo e scatenato un’ondata di proteste violente contro la brutalità razzista delle forze dell’ordine americane. Leah Green, sul Guardian, parla dell’ennesimo filmato in cui un corpo nero è schiacciato al suolo come di una cosa cui, dopotutto, ci si è abituati (“we have a compartment for them in our brain now, filed under 'so sad, we must do something'”): sembra che ormai sia necessario mostrare gli ultimi istanti di vita di una persona di colore per suscitare sdegno e rabbia.

Ma questa non è una distopia, sono solo conseguenze perfettamente logiche a cui chiunque avesse occhi per vedere sapeva saremmo arrivati. E le parole citate in cima a questo articolo non sono la strofa di una protest song istantanea scritta sull’onda emotiva dei fatti di Minneapolis: arrivano da “To Be A Ghost”, brano fra i più chiacchierati di “WORRY.”, album che nel 2016 ha dato una prima notorietà estesa a Jeff Rosenstock.
Icona di culto della scena DIY - Bomb The Music Industry, The Arrogant Sons Of Bitches e mille altre idee sparse - Rosenstock ha passato una vita a fare le cose a modo proprio e a scrivere canzoni ansiose per tempi ansiosi, tanto che negli ultimi anni ogni sua nuova uscita si è ammantata di un’aura di preveggenza.

Pare però di vederselo davanti, il punk rocker di Long Island, quando, di fronte alle domande sulla sua abilità di anticipare i tempi, alza un sopracciglio perplesso come a dire: “Cosa ti aspettavi? Come volevi che andasse a finire?”.
“WORRY.” non precorreva l’elezione di Trump come se avesse davanti una sfera di cristallo, ma si limitava a raccontare quello che ogni giorno emergeva dai notiziari e dai newsfeed, oltre alla cronica sfiducia del nostro nei confronti dell’industria musicale e della cultura dei meme. Ugualmente, “POST-” non era solo un urlo di rabbia a un anno dall’elezione del 45° presidente degli Stati Uniti, ma tutta l’angoscia di un punk progressista che si guardava intorno alla ricerca delle ragioni di quella follia. Entrambi gli album, però, nonostante il pessimismo, suonavano come un invito a riprendere in mano la propria esistenza e il proprio futuro a un duplice livello - personale e politico - perché gli orrori di oggi non diventassero quelli di domani.

Pubblicato come sempre a sorpresa a fine maggio, “NO DREAM” è il naturale seguito full caps-lock di quei lavori acclamati e porta sollievo a giorni faticosi e violenti con una nuova dose di elettrizzante energia pop-punk e una saporitissima girandola di stili - tutti meravigliosamente uncool - che aggiunge alla ricetta melodie power-pop, occasionali tirate hardcore di scuola Epitaph/Fat Wreck e coralità emo (anche se stavolta Rosenstock si risparmia uscite ska come ancora se ne sentivano ai tempi di “WORRY.”).
C’entra, con quel sollievo, una scrittura mai sciatta: nessuno dei tredici brani in scaletta suona sbiadito, in un genere dove solitamente i proiettili migliori vengono sparati subito. C’entrano esecuzioni a rotta di collo, di strepitante dedizione e difficili da immaginare fuori da un moshpit: le armonizzazioni di chitarre e voci strillate si reggono sul drumming altamente funzionale di Kevin Higuchi, che non lesina sui raddoppi di cassa quando richiesto, ma sa anche rimanere sullo sfondo se necessario. C’entra, infine, la consueta, allarmante chiarezza di visione rispetto al mondo circostante.

A volte a Rosenstock non serve nemmeno un minuto per arrivare al punto, come accade in “NO TIME” e “Monday At The Beach”, ipercinesi perfettamente realizzate: la prima ci mette davanti a uno specchio a domandarci quali scuse stiamo accampando per non essere diventati le persone che volevamo, sorta di capovolgimento di prospettiva dell’abusato mantra mould-iano “revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror”; la seconda è un (auto)ironico quadretto che stigmatizza la tendenza all’escapismo dell’uomo moderno.
Ascoltare “The Beauty Of Breathing” o “***BNB”, invece, è come assistere al ritorno dei Weezer ai fasti di “Pinkerton” (o di una grande promessa di genere dello scorso decennio, i Modern Baseball), però con un Rivers Cuomo che abbia finalmente smesso di girare intorno al proprio ombelico in favore di un ragionamento su un sistema economico ansiogeno da cui nessuna app per la mindfulness potrà salvarci.

Il meglio sta nell’accumulo di stop-and-go di “Nikes (Alt)” e in una title track dal duplice volto, lento crescendo che si muta in carnaio hardcore nel passare dal desiderio di spegnere il flusso continuo di notizie terrificanti (“they were separating families carelessly/ under the guise of protecting you and me/ jailing innocents, no hope of being free”) a un rant su un senso di impotenza collettivo, che attanaglia e immobilizza (“the only endgame for capitalism is dystopia/ and we know all about it/ but we just don't know what to do”).
Di contro, due dei brani più emozionanti sono proprio quelli che si raggomitolano nel privato, piuttosto che esplodere nel sociopolitico. “State Line” è un ritornello perfino commovente, tutto polmoni spiegati e cuore in gola, mentre la chiusura è affidata all’epica on the road disillusa di “Ohio Tpke”: quasi sei minuti che richiamano alla memoria i longform stratificati “USA” e “Let Them Win” del disco precedente, pensati chiaramente per il canto in coro di una folla sfinita a fine concerto e però dedicati a una sola persona, “the only person that I wanted to like me”. E il fatto che un pezzo simile venga pubblicato in un periodo in cui di concerti sudati non si può nemmeno iniziare a parlare rende questa musica ancora una volta singolarmente stridente e anticipatrice.

Sguaiati e irresistibili, i quaranta minuti di “NO DREAM” sono un bagno di realismo punk di cui si sentiva il bisogno e confermano Jeff Rosenstock come autore di vaglia, capace di tenere lo sguardo fisso sul presente. Pratica dolorosa per sé, certo, ma necessaria per tutti: solo lì stanno le risposte per il futuro.

(03/06/2020)

  • Tracklist
  1. NO TIME 
  2. Nikes (Alt)
  3. Scram!
  4. N O D R E A M
  5. State Line 
  6. f a m e 
  7. Leave It In The Sun 
  8. The Beauty Of Breathing 
  9. Old Crap 
  10. ***BNB 
  11. Monday At The Beach
  12. Honeymoon Ashtray
  13. Ohio Tpke
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